La verifica di adeguatezza degli otoprotettori

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Il rumore è una sorgente di rischio caratterizzata da diversi parametri che la rendono particolarmente complessa da analizzare e gestire. Analogamente, il processo di verifica di adeguatezza degli otoprotettori scelti, richiede di tenere in debita considerazione questi elementi.

La verifica di adeguatezza è un obbligo normativo

La verifica di adeguatezza degli otoprotettori viene richiamata già a livello normativo. L’articolo 190 comma 1 lettera l, infatti, prevede quanto segue:

“1. Nell’ambito di quanto previsto dall’articolo 181, il datore di lavoro valuta l’esposizione dei lavoratori al rumore durante il lavoro prendendo in considerazione in particolare:

l) la disponibilità di dispositivi di protezione dell’udito con adeguate caratteristiche di attenuazione.”

L’articolo 193 comma 2 D.Lgs. 81/2008 precisa che:

“2. Il datore di lavoro tiene conto dell’attenuazione prodotta dai dispositivi di protezione individuale dell’udito indossati dal lavoratore solo ai fini di valutare l’efficienza dei DPI uditivi e il rispetto del valore limite di esposizione. I mezzi individuali di protezione dell’udito sono considerati adeguati ai fini delle presenti norme se, correttamente usati, e comunque rispettano le prestazioni richieste dalle normative tecniche.”

La mancata verifica di adeguatezza degli otoprotettori, all’interno della valutazione del rischio specifico, può determinare sanzioni pari all’arresto da tre a sei mesi o ammenda da 3.071,27 a 7.862,44 euro. Tuttavia, il rischio maggiore per il datore di lavoro è di sottostimare un rischio, considerando come adeguati dei DPI che non lo sono, e ritrovarsi con malattie professionali per le quali, il mancato rispetto di una norma vigente, determini una responsabilità oggettiva con rivalsa da parte dell’INAIL per le somme corrisposte al lavoratore, oltre al procedimento penale per lesioni colpose aggravate, che rientra tra i reati previsti dal D.Lgs. 231/01, per cui è prevista anche la responsabilità organizzativa dell’ente.
Come si effettua la verifica di adeguatezza degli otoprotettori

L’articolo 190 comma 3 prevede che:

“3. I metodi e le strumentazioni utilizzati devono essere adeguati alle caratteristiche del rumore da misurare, alla durata dell’esposizione e ai fattori ambientali secondo le indicazioni delle norme tecniche. I metodi utilizzati possono includere la campionatura, purché sia rappresentativa dell’esposizione del lavoratore.”

Ricordiamo che il D.Lgs. 81/08 riserva alle norme tecniche un ruolo specifico e non obbligatorio (art. 2 comma 1 lettera u):

“u) «norma tecnica»: specifica tecnica, approvata e pubblicata da un’organizzazione internazionale, da un organismo europeo o da un organismo nazionale di normalizzazione, la cui osservanza non sia obbligatoria;”

Tuttavia, il rispetto delle norme tecniche determina la c.d. “presunzione di conformità” che, in ambiti molto complessi, è un elemento molto importante nell’ottica della tutela del lavoro del professionista.

Le norme tecniche di riferimento, per la valutazione del rischio rumore, sono:

UNI EN ISO 9612:2011

UNI 9432:2011

Tuttavia, solo la 9432 riporta, all’Appendice C, come valutare l’adeguatezza degli otoprotettori.

Sono previsti 3 metodi, sarebbero 4 ma un metodo viene specificatamente sconsigliato dalla norma, per valutare l’attenuazione degli otoprotettori, tutti atti a determinare il c.d. L’Aeq, ovvero il livello equivalente calcolato tenendo conto dell’attenuazione prodotta dagli otoprotettori:

Metodo SNR

E’ quello più semplice ma meno preciso. In sostanza, si misura, oltre al LAeq, anche il LCeq. A quest’ultimo, verrà sottratto il valore di SNR riportato dal produttore dell’otoprotettore, per derivare il L’Aeq, ovvero il valore attenuato, tenendo conto dell’attenuazione reale applicando il parametro:

β = 0,75 per le cuffie

β = 0,5 per gli inserti espandibili

β = 0,3 per gli inserti preformati

Metodo HML

In questo caso, il produttore fornisce 2 valori di attenuazione, considerando la distribuzione sulle bande d’ottava della capacità di protezione. In base alla differenza tra il LAeq e LCeq, si sceglierà il valore da utilizzare. E’ leggermente più preciso dell’SNR.

Metodo a bande d’ottava (metodo consigliato dalla norma)

Per poter applicare questo metodo, è necessario che il fonometro sia dotato di filtro a bande d’ottava, ovvero che sia in grado di registrare anche i valori per singola banda d’ottava di frequenza. Con questo metodo, si andrà ad abbattere per singola banda d’ottava, il valore misurato utilizzando i dati forniti dal produttore dell’otoprotettore.

L’attenuazione per ogni banda d’ottava sarà data da

APVf = Mf – fc x sf

APVf è l’attenuazione ottimale presunta

Mf è l’attenuazione riportata dal produttore per singola banda

sf è lo scarto delle attenuazioni misurate. Dato fornito dal produttore degli otoprotettori

fc è un valore che estende lo scarto per ottenere la maggiore protezione dei lavoratori: fc = 1 84% della popolazione, fc = 1,65 95% della popolazione, fc = 2 98% della popolazione. La norma consiglia l’uso del valore 1,65 o 2. Applicando il coefficiente di 2 si ha una protezione maggiore della popolazione.

Determinato il valore di APVf per ogni banda d’ottava, in base alle indicazioni date dal produttore, sarà sufficiente dedurre questo valore da quello per singola banda d’otteva:

L’eq,f = Leq,f – β * APVf

Dove β è un parametro correttivo, denominato correzione dell’attenuazione reale, atto a tenere conto delle difficoltà di utilizzo delle singole tipologie di otoprotettore:

β = 0,75 per le cuffie

β = 0,5 per gli inserti espandibili

β = 0,3 per gli inserti preformati

Questi valori possono esser aumentati mediante:

a. addestramento dei lavoratori molto accurato e ripetuto frequentemente;

b. controllo rigoroso circa il corretto uso dei dispositivi di protezione auricolare loro affidati;

c. predisposizione e attuazione di specifiche procedure, in merito alla conservazione dei dispositivi di protezione auricolare e alla loro sostituzione al fine di garantire nel periodo di uso l’efficienza originaria.

Il metodo OBM, quindi, è estremamente preciso in quanto è in grado di discriminare i rumore che hanno una distribuzione particolare. Considerate che gli otoprotettori vanno ad attenuare le bande d’ottava più alte che sono anche quelle ritenute più pericolose per la salute. In presenza di un rumore basso, il metodo SNR potrebbe sovrastimare l’efficacia dell’otoprotettore.
Come verificare l’efficacia degli otoprotettori su AimSafe

Per poter effettuare la verifica di adeguatezza degli otoprotettori, è necessario inserire, nella maschera di caricamento dei valori misurati, anche i valori di LCeq, se si applica il metodo SNR, o i valori alle diverse bande di ottava.

Fatto questo, dovremo andare a verificare se gli otoprotettori che utilizziamo sono già presenti in banca dati, altrimenti, dovremmo aggiungerli al catalogo “otoprottetori”.

Fatta questa verifica, in fase di assegnazione dei tempi di esposizione al singolo compito, sarà sufficiente indicare anche l’otoprotettore utilizzato in quella situazione specifica.

Già da questa schermata, potremo valutare l’adeguatezza dell’otoprotettore in base al valore di LAeq,DPI.

Se il valore è maggiore di 80, l’attenuazione è insufficiente

Se compresa tra 75 e 80 o tra 65 e 70, è accetabile

Se compresa tra 70 e 75 è buona

Se inferiore a 65, ci troviamo in una condizione di iperprotezione. Questa condizione può essere comunque ritenuta accettabile previa verifica dell’assenza di controindicazioni legate all’ascolto di segnali acustici di pericolo, allarmi o particolari sensazioni di isolamento manifestate dal lavoratore.

All’interno dei report generati da AimSafe per essere inseriti come allegato alla valutazione del rischio rumore, vi sono due report denominati:
Tabelle di calcolo dell’attenuazione (bande d’ottava)
Tabelle di calcolo dell’attenuazione (SNR)
 
 

Come valutare il rischio rumore per gli operatori dei call center

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Siamo abituati ed effettuare valutazioni del rumore soprattutto in situazioni dove l’esposizione è determinata da sorgenti quali attrezzature, impianti, sorgenti multiple che vanno a concorrere al c.d. rumore ambientale.

Tuttavia, esistono situazioni dove l’esposizione è determinata in condizioni meno standard e, come tale, deve essere valutata adottando strumenti non così comuni.

Nel caso di operatori di call center, l’esposizione al rumore del singolo operatore è dato da due componenti:

1) rumore ambientale, dovuto principalmente al vociare delle altre persone con cui l’operatore condivide la stanza, che spesso è un open space con ampie metrature e un elevato numero di operatori presenti;

2) rumore generato dalla cuffia che si trova a distanza molto ridotta rispetto alle sorgenti tradizionali e, soprattutto, in un contesto molto angusto dove, quindi, le condizioni acustiche sono molto differenti.

Sebbene la valutazione vera e propria venga, comunque, effettuata utilizzando la UNI EN ISO 9612:2011 combinata con la UNI 9432:2011, le modalità e la strumentazione per misurare l’emissione sonora, varia completamente. Per poter capire come procedere, è stata emessa, ormai nel 2012, la UNI/TR 11450, ovvero un Technical Report, una sorta di linea guida, volta a dare, agli operatori del settore, le informazioni utili alla misurazione del rumore nei casi in cui le sorgenti sonore sono prossime all’orecchio, quindi in condizioni che non permettono all’orecchio di essere esposto, in sostanza, a onde piane.

Il Technical Report specifica, molto bene, come le indicazioni, che verranno date, hanno l’obiettivo di:

1) misurare il livello di rumore da sorgenti tali che non permettono la misurazione con strumentazione normale;

2) convertire il valore misurato, tenendo conto della distanza dall’orecchio e dalla ridotta dimensione dell’area in cui viene emesso il rumore direttamente, in valore confrontabile con quanto viene misurato normalmente nel definire l’esposizione dei lavoratori al rumore.

Vengono proposte tre tecniche:

a. Metodo MIRE (UNI EN ISO 11904-1) che prevede l’uso di un microfono in miniatura che viene inserito all’interno del condotto uditivo dell’operatore;

b. Metodo del manichino (UNI EN ISO 11904-2) dove una cuffia, sdoppiata rispetto a quella indossata contemporaneamente dall’operatore, viene posta su un manichino dotato di recettori acustici.

c. Metodo Elettroacustico (ETSI EG 202 518) che determina il livello e le caratteristiche del rumore dai valori elettrici di cuffia e microfono.

Approfondiremo, ora, solo la tecnica MIRE che, per dimensione della strumentazione, risulta la più facile da utilizzare in contesti esterni a laboratori di prova.
Valutazione del rumore con metodo MIRE

Il metodo MIRE si basa sull’uso di un microfono in miniatura a cui viene collegato una sonda che andrà ad inserirsi all’interno del canale uditivo.

La prima indicazione, data dalla ISO/TR 11450, è che il soggetto della misura deve essere volontario, in quanto la misura prevede l’inserimento della sonda. Si consiglia di spiegare all’operatore il funzionamento dello strumento e le misure igieniche adottate, che vedremo fra poco.


Lo strumento più utilizzato è del tipo con microfono esterno e sonda interna (la parte gialla). Questa viene protetta con un cilindro di silicone monouso, al fine di garantire l’igiene nel misurare diversi operatori. E’ necessaria grande attenzione nell’inserimento della sonda al fine di evitare possibili lesioni alla cavità, sebbene, proprio il cilindro di silicone che è morbido e liscio, riduca sensibilmente questo rischio. La lunghezza della sonda, inoltre, è date da impedire il contatto con il timpano.

Le cuffie sul mercato sono di due tipi: monoaurali e biaurali. Nel primo caso, la misura riguarderà un solo orecchio mentre, nel secondo caso, la misura andrà fatta da entrambi i lati a meno che si tratti di cuffie mono.

La durata della misura non deve essere inferiore a 15 minuti e un numero minimo di 5 telefonate, al fine di rilevare diverse tipologie di interlocutore e le pause tra una telefonata e la successiva, utilizzata per la registrazione dei dati relativi alla chiamata appena terminata.

Una volta rilevato il valore convertito, questo andrà utilizzato, nel rispetto della UNI EN ISO 9612 e UNI 9432, per determinare il livello di esposizione giornaliero o settimanale.
Misure di riduzione del rischio

Se, dalle misure effettaute, dovesse emergere un valore di esposizione giornaliera superiore a 85 dB(A), si deve procedere alla riduzione del rischio, che può verificarsi adottando queste misure:

1) acquisto di cuffie autolimitanti;

2) interventi sulla dispersione del rumore quali.

a. barriere tra le postazioni;

c. buffer a soffitto;

d. controsoffittatura in materiale fono assorbente;

e. pareti perimetrali in materiale fono assorbente;

f. inserimento di pause tra una telefonata e l’altra.

Congedo di maternità dopo la nascita del bambino: una circolare INPS specifica le modalità

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La legge 145/2018 “Legge Finanziaria” ha introdotto, dal 1 gennaio 2019, la possibilità di usufruire del congedo di maternità dopo la nascita del bambino invece di usufruire dei due mesi antecedenti la data presunta di nascita e i tre mesi successivi alla data di nascita.
La Circolare INPS del 12 dicembre 2019 riporta utili indicazioni alla gestione di questi casi. Vediamo come questa nuova possibilità impatta sulla valutazione dei rischi.

La legge 145/2018 all’articolo 485.
“All’articolo 16 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, dopo il comma 1 è inserito il seguente:
« 1.1. In alternativa a quanto disposto dal comma 1, è riconosciuta alle lavoratrici la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro ».

A seguito di questa modifica, l’articolo 16 diventa:
Art. 16
Divieto di adibire al lavoro le donne(legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 4, comma 1 e 4)1.
E’ vietato adibire al lavoro le donne:
a) durante i due mesi precedenti la data presunta del parto, salvo quanto previsto all’articolo 20;
b) ove il parto avvenga oltre tale data, per il periodo intercorrente tra la data presunta e la data effettiva del parto;
c) durante i tre mesi dopo il parto, salvo quanto previsto all’articolo 20;
d) durante i giorni non goduti prima del parto, qualora il parto avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta. Tali giorni si aggiungono al periodo di congedo di maternità dopo il parto, anche qualora la somma dei periodi di cui alle lettere a) e c) superi il limite complessivo di cinque mesi.
1.1. In alternativa a quanto disposto dal comma 1, è riconosciuta alle lavoratrici la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro.
1-bis. Nel caso di interruzione spontanea o terapeutica della gravidanza successiva al 180° giorno dall’inizio della gestazione, nonchè in caso di decesso del bambino alla nascita o durante il congedo di maternità, le lavoratrici hanno facoltà di riprendere in qualunque momento l’attività lavorativa, con un preavviso di dieci giorni al datore di lavoro, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla loro salute.

Si realizzano queste ipotesi:
1) Mansione vietata durante la gravidanza (articolo 7): in questo caso la lavoratrice dovrà essere spostata ad altra mansione o, se questo non fosse possibile, dovrà essere richiesta l’astensione anticipata;
2) Mansione che risultano “gravosi o pregiudizievoli” (articolo 16-bis comma 1): in questo caso, l’astensione obbligatoria sarà anticipata al terzo mese prima del parto;
3) Mansioni che non risultano vietate (artt. 11 e 12): in questi casi, si procede alla valutazione dei rischi di cui all’allegato C. All’interno di queste, possono ricadere le eventuali richieste di posticipare il periodo di astensione fino alla data del parto. In questo caso, si rende necessario richiedere certificato che tale scelta non presenti rischi per la gestante e il nascituro.
Per la casistica riportata al punto 2 e 3, si rende necessario procedere alla valutazione dei rischi considerando gli elementi di cui all’allegato C anche tenendo in considerazione i diversi periodi della gravidanza che potrebbero presentare condizioni di suscettibilità diversa da un periodo all’altro anche al fine di graduare le misure di contenimento necessarie.

Responsabilità solidale del committente. Il DURC è veramente efficace?

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L’articolo 29 comma 2 della c.d. Legge Biagi (D.Lgs. 276/03) e l’articolo 26 comma 4 del D.Lgs. 81/2008, delineano la responsabilità solidale del committente relativamente ai contributi previdenziali e assicurativi dovuti dall’impresa appaltatrice.
Per evitare questa responsabilità, il DURC è veramente efficace?

L’articolo 29 comma 2 D.Lgs. 276/03, così come modificato dal prevede che:
“2. n caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l’appaltatore, nonchè con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, nonchè i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto, restando escluso qualsiasi obbligo per le sanzioni civili di cui risponde solo il responsabile dell’inadempimento. Il committente che ha eseguito il pagamento è tenuto, ove previsto, ad assolvere gli obblighi del sostituto d’imposta ai sensi delle disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e può esercitare l’azione di regresso nei confronti del coobbligato secondo le regole generali”
Questo articolo, quindi, prevede che, qualora il datore di lavoro appaltatore non abbia corrisposto ai propri dipendenti lo stipendio o non abbia versato i relativi contributi, il lavoratore o l’istituto potranno chiedere il versamento di quanto dovuto al committente che ha affidato all’impresa l’appalto.

L’articolo 26 comma 4 del D.Lgs. 81/2008, invece, prevede quanto segue:
“4. Ferme restando le disposizioni di legge vigenti in materia di responsabilità solidale per il mancato pagamento delle retribuzioni e dei contributi previdenziali e assicurativi, l’imprenditore committente risponde in solido con l’appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori, per tutti i danni per i quali il lavoratore, dipendente dall’appaltatore o dal subappaltatore, non risulti indennizzato ad opera dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) o dell’Istituto di previdenza per il settore marittimo (IPSEMA). Le disposizioni del presente comma non si applicano ai danni conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.”
In questo caso, si configura la situazione in cui il lavoratore può richiedere il risarcimento dei danni, a seguito di infortunio, sia al proprio datore di lavoro che ai datori di lavoro della catena di affidamento degli appalti fino al committente. La richiesta, chiaramente, non può riferirsi a somme già indennizzate dall’INAIL.

Questi due elementi normativi vanno a delineare la c.d. responsabilità solidale del committente che, spesso, viene gestita con la richiesta all’appaltatore del DURC.
Il DURC, acronimo di Documento Unico di Regolarità Contributiva, è un’attestazione rilasciata dagli enti coinvolti (Inail, Inps ed eventualmente Cassa Edile) riportante lo stato di pagamento di quanto dovuto. Il risultato del DURC può essere “REGOLARE” o “NON REGOLARE” qualora permangano delle pendenze verso uno o più degli istituti. Questa attestazione ha una validità di 90 giorni.
Ma il DURC è veramente un documento esaustivo rispetto a quanto previsto dai precedenti articoli?
Sicuramente no, per questi motivi:
1) il DURC non dà indicazioni in merito al pagamento degli stipendi ai lavoratori;
2) il DURC riporta lo stato dei pagamenti relativamente ai lavoratori regolarmente in forza in azienda. Potrei avere 5 lavoratori assunti per i quali pago regolarmente i contributi e altri 5 lavoratori in nero non dichiarata da nessuna parte. Il DURC, in questo caso, sarà “REGOLARE”;
3) il DURC indica l’effettiva regolarità dei pagamenti da parte dell’appaltatore di quanto dovuto all’INAIL, ma non impedisce al lavoratore di chiedere ulteriori risarcimenti anche in caso di rifiuto di pagamento da parte dell’INAIL.

Ne consegue che, una reale copertura dai rischi per il committente, richiede ulteriori richieste o verifiche da fare sia in occasione della verifica di idoneità tecnico professionale, sia in occasione dei pagamenti delle fatture nel corso dello svolgimento dell’appalto:
1) richiesta di una polizza assicurativa che copra anche dai danni non direttamente indennizzati dall’INAIL e avvenuti a danno dei propri lavoratori o di lavoratori di altre imprese;
2) copia del LUL dal quale derivare il personale in forza e controllo degli accessi per impedire l’ingresso a lavoratori non presenti in quell’elenco;
2) richiesta di fideiussione atta a coprire, per due anni dalla fine dell’appalto, da eventuali richieste risarcitorie ricevute dal committente;
3) richiesta di copia dei bonifici fatti ai lavoratori a saldo del compenso.
Come si vede, la responsabilità solidale del committente determina un complesso sistema di controllo su tutti gli appaltatori che va ad incidere anche in maniera significativa sul lavoro dei servizi deputati.

Per questo, AimSafe ha realizzato un modulo specifico per la gestione degli appalti, volto ad automatizzare queste attività di controllo riducendo le incombenze per l’RSPP o gli altri servizi preposti al controllo degli appalti.
Impostate le richieste documentali relativamente all’azienda e al singolo lavoratore, sarà AimSafe a richiedere la fornitura dei documenti e a segnalare all’appaltatore le scadenze. Grazie al controllo accessi, la reception potrà verificare in ogni istante chi ha i requisiti per entrare e chi no.
Attiva il modulo Gestione appalti in prova gratuita per tre mesi.

Quando si configura un dirigente per la sicurezza?

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Il D.Lgs. 81/2008, nell’assegnare le responsabilità, adotta una nomenclatura che, in alcune situazioni, può essere fuorviante.
 
E’ il caso, ad esempio, del dirigente. Questa figura non viene individuata in base alla tipologia contrattuale ma in base alla funzione svolta.
 
L’articolo 2 comma 1 lettera d riporta la definizione di dirigente, in questi termini:
persona che, in ragione delle competenze professionali e di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell’incarico conferitogli, attua le direttive del datore di lavoro organizzando l’attività lavorativa e vigilando su di essa;“.
 
Il dirigente per la sicurezza, quindi, è colui che, in base al ruolo ricoperto:
 
– attua le direttive del datore di lavoro, che rimane il principale responsabile in materia di prevenzione, almeno per quanto concerne le direttive, intese come indicazioni strategiche derivanti dalla valutazione dei rischi;
 
– organizza l’attività lavorativa: ovvero è persona che ha, tra i poteri, la possibilità di cambiare l’organizzazione dell’attività lavorativa intesa come assegnazione dei compiti alle persone, modifica delle procedure operative.
 
All’interno dell’articolo 18, sono riportati gli obblighi del datore di lavoro e del dirigente.
 
L’articolo inizia con questa frase:
“Il datore di lavoro […] e i dirigenti, che organizzano e dirigono le stesse attività secondo le attribuzioni e competenze ad essi conferite, devono:”
 
Di estrema importanza l’indicazione “secondo le attribuzioni e competenze; questo significa che ogni persona, inquadrabile all’interno della definizione di dirigente ex art. 2 comma 1 lettera d, non è il destinatario di tutti gli obblighi di cui all’articolo 18, come invece accade per il datore di lavoro, ma solo degli obblighi riconducibili alla propria competenza funzionale.
 
Ad esempio, non spetterà al responsabile del magazzino comunicare all’INAIL il nominativo dell’RLS, a meno che questo non sia indicato nel proprio mansionario o abbia ricevuto istruzione in questo senso.
 
In accordo con l’articolo 299, il dirigente, come destinatario di eventuali contestazioni in caso di illecito, non viene individuato in base a lettere di nomina, organigrammi o altri documenti, ma in base all’effettivo svolgimento del ruolo di dirigente.
Tuttavia, risulta di estrema importanza che il singolo dirigente sia reso edotto delle proprie responsabilità anche mediante una lettera di incarico o attraverso una mera informazione, da abbinare alla formazione obbligatoria prevista all’interno dell’articolo 37 e declinata, sebbene non in maniera obbligatoria, all’interno dell’Accordo Stato Regioni del 21/12/2011.

Partecipazione vs consultazione

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La UNI ISO 45001:2018 tratta in maniera molto più approfondita, rispetto al suo predecessore BS OHSAS 18001:2007, il tema della consultazione e partecipazione dei lavoratori ai processi aziendali.

Il primo elemento significativo è che sia “partecipazione” che “consultazione” sono termini riportanti all’interno delle definizioni (punto 3 della UNI ISO 45001:2018), segno che si è voluto stabilire in maniera chiara cosa si dovesse intendere:

3.4 partecipazione: coinvolgimento nel processo aziendale.
3.5 consultazione: ricerca di pareri prima di esprimere decisioni

Il termine “consultazione” ci risulta molto più familiare, visto che è previsto già all’interno del D.Lgs. 81/2008, sebbene limitato al solo RLS.

In sostanza, la consultazione prevede un chiedere il parere dei lavoratori o dei loro rappresentanti, in merito a specifiche situazioni o condizioni che l’organizzazione deve gestire, pareri che non saranno vincolanti ma che l’organizzazione assume. Partecipazione, invece, prevede che gli stessi lavoratori o rappresentanti prendano parte al processo di definizione.

La seconda differenza sostanziale, riguarda il “posizionamento” dei requisiti legati alla consultazione e partecipazione, all’interno dei due standard:

a. all’interno della BS OHSAS 18001:2007, la comunicazione e partecipazione è riportata all’interno del capitolo 4, specificatamente al punto 4.4.3.2, ovvero all’interno della sezione 4.4 Implementazione e funzionamento. Ovvero, si tratta di processi operativi che vengono attuati a valle della pianificazione;

b. all’interno della UNI ISO 45001:2018, invece, la partecipazione e consultazione, si trova all’interno del capitolo 5 “Leadership e partecipazione dei lavoratori” a monte di tutti gli altri processi, compresi quelli di pianificazione. Questi elementi, quindi, assumono una valenza paragonabile all’impegno della direzione, volto a definire i processi che porteranno all’implementazione del sistema o al suo miglioramento.

Riguardo i contenuti, sarebbe più facile individuare le similitudini che evidenziare le differenze che sono moltissime. Queste sono le principali differenze:

  1. il punto 4.4.3.2 pur citando “partecipazione e consultazione”, limita la consultazione agli appaltatori, con un rapido richiamo alla consultazione dei lavoratori “dove vi sia qualunque modifica che può influire sulla loro salute e sicurezza“;
  2. la 45001 prevede che la partecipazione dei lavoratori sia richiesta in questi casi:

Partecipazione, cosa prevede la 45001

a) determinare le modalità per la loro consultazione. Questo è un punto nuovo rispetto alla 18001 che richiama l’importanza di richiedere ai lavoratori di essere parte nel processo di definizione anche di come poi esercitare questa partecipazione e consultazione. Nella 18001 compariva con questa forma “;

b) identificare i pericoli e valutare i rischi e le opportunità: deriva dalla versione includa nella 18001: “il loro adeguato coinvolgimento nell’identificazione dei pericoli, nell’analisi dei rischi e nella definizione dei controlli”. In sostanza, i lavoratori devono partecipare segnalando le condizioni di pericolo e i mancati infortuni ma anche prendere parte al processo che ne consegue relativamente alla definizione delle misure da mettere in atto;

c) determinare le azioni per eliminare i pericoli e ridurre i rischi per la SSL: anche in questo caso, pensare di definire le misure di riduzione dei rischi senza la partecipazione attiva dei lavoratori che operano lì dove il rischio è stato individuato, non è sostenibile e porta a soluzione che poi non saranno funzionali o non saranno, semplicemente, accettate da chi poi dovrà impiegarle sul campo;

d) determinare i requisiti di competenza, i fabbisogni formativi, la formazione da effettuare e valutare la formazione stessa: la 45001 evidenzia come i lavoratori debbano entrare a far parte del processo di individuazione delle necessità formative, in modo da poter segnalare eventuali condizioni che richiedono una specifica formazione o addestramento. Questa scelta permette all’organizzazione di andare ad erogare la formazione che serve maggiormente ai lavoratori per svolgere le loro funzioni;

e) determinare cosa è necessario comunicare e come farlo: definire il processo di comunicazione insieme ai lavoratori ha necessariamente dei risvolti positivi legati alle modalità di fruizione delle comunicazioni e nell’ottica di permettere ai lavoratori di ricevere le informazioni che, senza di loro, non verrebbero comunicate creando difficoltà anche a livello operativo;

f) determinare le misure di controllo e la loro attuazione e uso efficaci: di nuovo, la 45001 evidenzia come la partecipazione dei lavoratori nel definire le misure da adottare sia essenziale per raggiungere gli obiettivi di sicurezza e salute che l’organizzazione stessa si è data;

g) investigare incidenti e non conformità e determinare azioni correttive: nella 18001 compariva come “il loro adeguato coinvolgimento nell’analisi degli eventi”. I lavoratori devono essere parte del processo di indagine degli eventi, volta a individuare la causa radice, ma anche del processo di individuazione delle misure finalizzate ad evitare che situazioni quali incidenti e non conformità possano ripetersi. Abbiamo ben in mente cosa succede quando le soluzioni cadono dall’alto, senza una collaborazione degli attori che li mettono poi in pratica.

Consultazione, cosa prevede la 45001

a) determinare le esigenze e le aspettative delle parti interessate: come indicato in precedenza, consultazione è chiedere un parere, non far parte del processo. In questo caso, è evidente come l’organizzazione vada a determinare le esigenze e le aspettative delle parti interessate ma, nel farlo, consulterà, ovvero chiederà un parere, ai lavoratori e ai loro rappresentanti;

b) stabilire la politica per la SSL: come sopra, l’alta direzione è il soggetto che promulga la politica ma, nel farlo, chiederà un parere ai lavoratori e ai loro rappresentanti. E’ palese come i lavoratori NON prenderanno parte (partecipazione) alla predisposizione della politica, ma potranno fornire il loro parere. Questo, era già previsto all’interno della 18001 sotto la dicitura: “il loro coinvolgimento nello sviluppo e nel riesame delle politiche e obiettivi“;

c) assegnare ruoli, responsabilità e autorità nell’organizzazione: ancora una volta è evidente come la funzione di consultazione differisce fondamentalmente dalla partecipazione: anche in questo caso, i lavoratori possono dare un parere in merito all’organizzazione, ma non prenderanno parte alla sua definizione. Si segnala come già il D.Lgs. 81/2008, richieda la consultazione degli RLS in merito alla designazione dell’RSPP, degli ASPP, del Medico Competente e degli incaricati antincendio e primo soccorso;

d) determinare come soddisfare i requisiti legali e altri requisiti: l’obbligo di rispettare determinati requisiti legali, quali la messa a norma antincendio, non può che essere a carico dell’alta direzione; la 45001, però, indica l’opportunità di consultare i lavoratori o i loro rappresentanti, per definire come rispettare il relativo requisito in un modo che sia poi adeguato rispetto all’esecuzione del lavoro e che non rende l’attività eccessivamente complessa, determinando il rischio che i lavoratori escogitino degli escamotage;

e) stabilire gli obiettivi per la sicurezza e salute dei lavoratori e pianificarne il raggiungimento: questo elemento rientra nella consultazione sul Documento di Valutazione dei rischi, già prevista all’interno del D.Lgs. 81/2008. Già la 18001 prevedeva “il loro coinvolgimento nello sviluppo e nel riesame delle politiche e degli obiettivi“;

f) determinare i controlli applicabili per l’affidamento in all’esterno, l’approvvigionamento e gli appaltatori: molto interessante questo punto, non previsto dal D.Lgs. 81/2008 se non per la consultazione dell’RLS relativamente al DUVRI. Chiedere il parere dei lavoratori in merito ai controlli da fare sulle aziende esterne, potrebbe permettere all’organizzazione di ottenere informazioni utili circa condizioni di rischio evidenziate dagli operatori relativamente alle aziende che provengono dall’esterno;

g) determinare cosa necessità di essere monitorato, misurato e valutato: il parere dei lavoratori circa, ad esempio, gli indicatori da misurare, potrebbe portare l’organizzazione a individuare elementi interessanti, altrimenti non considerati, da andare a valutare e misurare per comprendere se il sistema sta funzionando come desiderato;

h) pianificare, stabilire, attuare e mantenere uno o più programmi di audit: questo è un elemento che non è stato minimamente considerato all’interno della 18001. Significa che il piano di audit (date, orari, processi oggetto dell’audit e tecniche di auditing) vanno condivise con i lavoratori e i loro rappresentanti i quali potrebbe fornire pareri circa gli elementi presentati e proporre modifiche o integrazioni utili a rendere maggiormente efficace il processo;

i) assicurare il miglioramento continuo: questo punto va ad integrare quanto già indicato alla lettera d.

Da oggi, obbligatoria l’applicazione del Codice di Prevenzione incendi per le attività non normate

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Oggi entrano in vigore definitivamente le modifiche che il decreto del 12 aprile 2019 ha apportato al decreto 3 agosto 2015 riguardante i procedimenti autorizzativi antincendio.

Questo significa che, per le attività per le quali non esiste una regola di prevenzione incendi specifica, non si può più applicare il D.M. 10/03/1998, ma dovrà applicarsi obbligatoriamente quanto richiesto dal Codice di Prevenzione Incendi (D.M. 03/08/2015).

La scadenza di oggi, non determina, invece, alcuna modifica al processo di valutazione dei rischi e definizione delle misure di prevenzione, tra cui la formazione degli addetti antincendio, per tutte le attività non soggette al controllo dei Vigili del Fuoco.

Analogamente, la definizione del livello di rischio di incendio avverrà, anche per le aziende soggette al controllo dei Vigili del Fuoco, sempre con l’uso del D.M. 10/03/1998.

I progettisti antincendio che dovranno definire le misure per attività non normate, dovranno, invece, applicare il Codice.

Cosa fare quando le vie di esodo sono troppo lunghe?

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Può capitare di incontrare situazioni in cui le vie di esodo superano le lunghezze massime previste dalla normativa. Questo può capitare in attività non soggette al controllo dei Vigili del Fuoco (allegato I del D.P.R. 151/2011) dove sono presenti vincoli che impediscono la realizzazione di ulteriori uscite.

Eventi di questo tipo possono verificarsi anche quando non si tiene conto delle norme specifiche in fase di progettazione.

Come definire la lunghezza massima delle vie di esodo

Per i luoghi di lavoro, nei quali sono presenti lavoratori come definiti all’art. 2 comma 1 lettera a del D.Lgs. 81/2008, in merito alla valutazione del rischio di incendio e misure di prevenzione e protezione necessarie, si deve fare riferimento al D.M. 10/03/1998 che, all’articolo 3 comma 1 lettera b, prevede che:

1. All’esito della valutazione dei rischi dì incendio, il datore di lavoro adotta le misure finalizzate a:
b) realizzare le vie e le uscite di emergenza […] per garantire l’esodo delle persone in sicurezza in caso di incendio, in conformità ai requisiti di cui all’allegato III;

Le prescrizioni riportate nell’allegato III non si applicano, invece, alle attività soggette al controllo dei Vigili del Fuoco per le quali o si applicano le regole di prevenzione incendi specifiche, se presenti, o il codice di prevenzione incendi.

Parametri di ingresso da considerare

Al punto 3.2, troviamo questa importante indicazione:

Nello stabilire se il sistema di vie di uscita sia soddisfacente, occorre tenere presente:

 – il numero di persone presenti, la loro conoscenza del luogo di lavoro, la loro capacità di muoversi senza assistenza.

 – dove si trovano le persone quando un incendio accade;

 – i pericoli di incendio presenti nel luogo di lavoro;

 – il numero delle vie di uscita alternative disponibili,

Per definire la lunghezza massima delle vie di esodo, pertanto, dobbiamo considerare questi elementi:

a. livello di rischio di incendio che, in base al punto 1.4.2, deve considerare anche:

“b) individuazione dei lavoratori e di altre persone presenti nel luogo di lavoro esposte a rischi di incendio; “

Andando quindi a coprire il primo e terzo punto.

b. presenza di uscite alternative

Definiti questi due parametri, andremo ad analizzare il capitolo 3.3

Numero delle vie di esodo

E’ preferibile che ogni luogo di lavoro presenti almeno 2 vie di esodo alternative e indipendenti in modo non venga impedita l’unica via di esodo altrimenti presente. Il D.M. 10/03/1998 prevede che l’obbligo delle vie di esodo alternative e indipendenti sussista solo perle attività ad elevato rischio di incendio. Si richiama, però, il fatto che molte regole di prevenzione incendi richiedono la presenza di uscite alternative.

Definizione della lunghezza delle vie di esodo

In base ai parametri sopra definiti, potremmo trovarci in queste situazioni:

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Si fa presente che le distanza sopra indicate si riferiscono alla lunghezza dei percorsi per raggiungere l’uscita di piano più vicina dove, per uscita di piano si intende: “uscita che consente alle persone di non essere ulteriormente esposte al rischio diretto degli effetti di un incendio e che può configurarsi come segue:

a) uscita che immette direttamente in un luogo sicuro

b) uscita che immette in un percorso protetto attraverso il quale può essere raggiunta l’uscita che immette in un luogo sicuro;

c) uscita che immette su di una scala esterna. “

Il tecnico, quindi, dovrà verificare le condizioni sopra evidenziate in base al livello di rischio e numero di vie di esodo disponibili.

In presenza di più vie di esodo, è possibile che alcuni tratti di percorso presentino un unico percorso. Si pensi ad un corridoio laterale che conduce al corridoio da cui si dipartono le due vie di esodo. Questi tratti di percorso non possono avere lunghezza superiore alle lunghezze previste per le vie di esodo in presenza di una sola via.

Come si vede, i valori delle lunghezze indicate dalla norma non sono numeri puri ma intervalli. E’ a carico del tecnico andare a capire quale numero scegliere in quell’intervallo tenendo conto del fatto che il luogo di lavoro sia:

– frequentato da pubblico;

 – utilizzato prevalentemente da persone che necessitano di particolare assistenza in caso di emergenza;

 – utilizzato quale area di riposo;

 – utilizzato quale area dove sono depositati e/o manipolati materiali infiammabili.

Cosa fare se non si riescono a rispettare le distanze previste?

Qualora la conformazione della struttura non permetta di ottenere vie di esodo della lunghezza massima derivata dallo schema precedente e dalle considerazioni tecniche effettuate, il D.M. 10/03/1998 riporta una serie di interventi che possono controbilanciare questo mancato rispetto.

3.7 – MISURE DI SICUREZZA ALTERNATIVE

Se le misure di cui ai punti 3.3, 3.4, 3.5 e 3.6 non possono essere rispettate per motivi architettonici o urbanistici, il rischio per le persone presenti, per guanto attiene l’evacuazione dei luogo di lavoro, può essere limitato mediante l’adozione di uno o più dei seguenti accorgimenti, da considerarsi alternativi a quelli dei punti 3.3, 3.4, 3.5 e 3.6 solo in presenza dei suddetti impedimenti architettonici o urbanistici:

a) risistemazione dei luogo di lavoro e/o della attività così che le persone lavorino il più vicino possibile alle uscite di piano ed i pericoli non possano interdire il sicuro utilizzo delle vie di uscita.

b) riduzione dei percorso totale delle vie di uscita,

c) realizzazione di ulteriori uscite di piano;

d) realizzazione di percorsi protetti addizionati o estensione dei percorsi protetti esistenti.

e) installazione di un sistema automatico di rivelazione ed allarme incendio per ridurre i tempi di evacuazione.

Si fa presente che l’adozione di queste misure alternative è prevista solo quando sono presenti vincoli architettonici che non permettono di modificare la struttura per rispettare i parametri previsti.

Per quanto concerne i “percorsi protetti”, questi sono definiti come: “percorso caratterizzato da una adeguata protezione contro gli effetti di un incendio che può svilupparsi nella restante parte dell’edificio. Esso può essere costituito da un corridoio protetto, da una scala protetta o da una scala esterna”. Se il percorso protetto immette direttamente su un luogo sicuro o scala esterna, la misurazione delle distanza può fermarsi alla porta di ingresso al percorso protetto.

Pertanto, la presenza di una scala protetta (ovvero una scala interna che forma un compartimenti rispetto al resto dei locali dei diversi piani mediante muri e porte tagliafuoco), è da considerarsi una misura alternativa qualora le lunghezze delle vie di esodo risultassero eccessivamente lunghe. Se dalla scala protetta si raggiunge direttamente l’esterno, in accordo con quanto prima indicato, la misurazione delle distanze si ferma alla porta di accesso alla scala. Se, invece, dalla scala si deve uscire in un altro compartimento per raggiungere l’esterno, questo principio non vale.

Entra in vigore l’obbligo di comunicazione telematica degli interventi du impianti contenenti FGAS

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Entra oggi in vigore l’obbligo, previsto dal D.P.R. 146/2018, che impone alle aziende o persone certificate per l’esecuzione di interventi di manutenzione agli impianti di refrigerazione contenenti FGAS, di comunicare il singolo intervento effettuato sull’impianto, entro 30 giorni dalla data di esecuzione dell’intervento stesso.
Cessa, quindi, l’obbligo di annotazione sul registro che, però, va conservato.

Cosa devono fare le aziende clienti?

Richiedere all’impresa o persona incaricata della manutenzione del proprio impianto contenente FGAS di essersi registrato sul portale e di essere pronto a registrare, entro 30 giorni dalla data del singolo intervento, sul portale online i dati dell’intervento stesso.
Richiedere anche, se applicabile, copia della certificazione.

Chi sono i soggetti che devono certificarsi?

L’obbligo di certificazione e iscrizione al Registro telematico nazionale è previsto per le persone fisiche che svolgono le seguenti attività ai sensi dell’art. 7, comma 1, del D.P.R. n. 146/2018:
a) attività su celle frigorifero di autocarri e rimorchi frigorifero, apparecchiature fisse di refrigerazione, condizionamento d’aria e pompe di calore fisse:
1) controllo delle perdite dalle apparecchiature contenenti gas fluorurati a effetto serra in quantità pari o superiori a 5 tonnellate di CO2 equivalente a meno che le apparecchiature siano ermeticamente sigillate, etichettate come tali e contenenti gas fluorurati a effetto serra in quantità inferiori a 10 tonnellate di CO2 equivalente;
2) recupero di gas fluorurati a effetto serra;
3) installazione;
4) riparazione, manutenzione o assistenza;
5) smantellamento.
b) attività su apparecchiature di protezione antincendio che contengono gas fluorurati a effetto serra:
1) controllo delle perdite dalle apparecchiature contenenti gas fluorurati a effetto serra in quantità pari o superiori a 5 tonnellate di CO2 equivalente a meno che le apparecchiature siano ermeticamente sigillate, etichettate come tali e contenenti gas fluorurati a effetto serra in quantità inferiori a 10 tonnellate di CO2 equivalente;
2) recupero di gas fluorurati a effetto serra;
3) installazione;
4) riparazione, manutenzione o assistenza;
5) smantellamento.
c) attività su commutatori elettrici contenenti gas fluorurati a effetto serra:
1) installazione;
2) riparazione, manutenzione o assistenza;
3) smantellamento;
4) recupero.
d) recupero di solventi a base di gas fluorurati a effetto serra dalle apparecchiature fisse che li contengono.
L’obbligo di certificazione e iscrizione al Registro telematico nazionale è previsto per le imprese che svolgono le seguenti attività ai sensi dell’art. 8, comma 1, del D.P.R. n. 146/2018:
– attività di installazione, riparazione, manutenzione, assistenza o smantellamento di apparecchiature fisse* di refrigerazione, condizionamento d’aria e pompe di calore fisse contenenti gas fluorurati ad effetto serra;
– attività di installazione, riparazione, manutenzione, assistenza o smantellamento di apparecchiature di protezione antincendio contenenti gas fluorurati ad effetto serra.
La certificazione avviene ad opera degli enti di certificazione accreditati, come già succede per i sistemi di gestione e le certificazioni di prodotto.
Sono invece soggette all’iscrizione al Registro telematico nazionale, ma esenti dall’obbligo di certificazione e attestazione, le persone fisiche e le imprese che svolgono le seguenti attività ai sensi dell’art. 10, comma 1, del D.P.R. n. 146/2018:
a) le persone fisiche addette al controllo di sistemi di rilevamento delle perdite dalle apparecchiature a ciclo Rankine a fluido organico contenenti gas fluorurati a effetto serra;
b) le imprese che svolgono attività di installazione, riparazione, manutenzione, assistenza e disattivazione di commutatori elettrici contenenti gas fluorurati a effetto serra o di recupero di gas fluorurati ad effetto serra da dette apparecchiature;
c) le imprese che svolgono attività di recupero di solventi a base di gas fluorurati ad effetto serra dalle apparecchiature fisse che li contengono;
d) le imprese che svolgono attività di recupero di gas fluorurati ad effetto serra dagli impianti di condizionamento d’aria dei veicoli a motore che rientrano nel campo d’applicazione della direttiva 2006/40/CE;
e) le imprese che svolgono attività di installazione, riparazione, manutenzione, assistenza o smantellamento di celle frigorifero di autocarri e rimorchi frigorifero contenenti gas fluorurati a effetto serra;
f) le imprese che svolgono attività di controllo dei sistemi di rilevamento delle perdite dalle apparecchiature a ciclo Rankine a fluido organico.
Obbligo della tenuta dei Registri (art. 6 del Regolamento (UE) n. 517/2014) Banca dati (art. 16 del D.P.R. n. 146/2018)


La normativa prevede che gli operatori di apparecchiature per cui sono necessari controlli delle perdite (apparecchiature fisse di refrigerazione, di condizionamento d’aria, di pompe di calore fisse, di apparecchiature di protezione antincendio e di celle frigorifere di autocarri e rimorchi frigorifero contenenti un carico di gas fluorurati pari o superiore a 5 tonnellate di CO2 equivalente), devono conservare registri delle apparecchiature per cinque anni e, su richiesta, metterli a disposizione dell’Autorità nazionale competente o della Commissione europea. In caso di apparecchiature etichettate come “apparecchiature ermeticamente sigillate”, i registri sono necessari solo se il carico di refrigerazione è superiore a 10 tonnellate di CO2 equivalente.
A decorrere dal 25 settembre, tutte le informazioni contenute nei registri di cui all’articolo 6 del regolamento (UE) n. 517/2014, relative alle attività di controllo delle perdite nonché alle attività di installazione, assistenza, manutenzione, riparazione, smantellamento, sono comunicate, per via telematica, alla Banca dati.

A tal proposito si fa presente che la soglia di 5 tonnellate di CO2 equivalenti è utilizzata esclusivamente per determinare gli obblighi e la frequenza dei controlli delle perdite.
Pertanto, a partire dal 25 settembre 2019, l’obbligo di tenuta dei registri sarà rispettato mediante la comunicazione alla Banca dati dalla quale sarà possibile scaricare un attestato contenente tutte le informazioni relative alle proprie apparecchiature.
E’ stato, invece, completamente abrogato l’obbligo della dichiarazione FGAS entro il 31 maggio di ogni anno.

Serramenti tagliafuoco: quali sono gli obblighi in capo al datore di lavoro?

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I serramenti tagliafuoco sono una misure di protezione antincendio importantissima, poichè permettono la separazione (compartimentazione) di aree diverse afficnhè, eventuali incendi, non si propaghino da una zona all’altra dell’edificio aumentando i danni che producono.

I serramenti tagliafuoco, in particolare le porte, inserite all’interno di pareti tagliafuoco di livello coerente, sono l’unico strumento che può arginare i danni quando l’incendio raggiunge il flashover, non potendo più intervenire con i mezzi di estinzione.

Le strutture tagliafuoco sono caratterizzate da caratteristiche riassunte dalla sigla REI:

R = capacità strutturale. La struttura (porta+parete), in caso di incendio (attraverso prove di laboratorio che sottopongono l’elemento ad un incendio con curva di incendio nominale e non quella reale) deve resistere per almeno X minuti;

E = ermeticità. La struttura, deve impedire che la stessa venga attraversata da fumi, vapori, gas e fiamme per almeno X minuti;

I = isolamento. Il lato opposto rispetto a quello investito dall’incendio, non subirà aumenti di temperatura significativi per almeno X minuti.

I minuti, per i quali la struttura garantisce il mantenimento delle performance sopra indicate, è dato dal numero che segue la sigla REI e può 30, 60, 90, 120, 240.

Le strutture tagliafuoco, però, devono essere mantenute e controllate al fine di mantenere le loro caratteristiche così importanti.

Chi è che risponde della loro manutenzione?

Il Decreto Ministeriale 10/03/1998 all’articolo 3 comma 1 lettera e prevede che

Il DATORE DI LAVORO adotta le misure finalizzate a […] garantire l’efficienza dei sistemi di protezione antincendio secondo i criteri di cui all’allegato VI

Al punto 6.3, vengono riportati elementi significativi su cui porre l’attenzione per quanto concerne le porte e, in particolare, quelle resistenti al fuoco:

Particolare attenzione deve essere dedicata ai serramenti delle porte.
Tutte le porte resistenti al fuoco devono essere regolarmente controllate per assicurarsi che non sussistano danneggiamenti e che chiudano regolarmente.
Qualora siano previsti dispositivi di autochiusura, il controllo deve assicurare che la porta ruoti liberamente e che il dispositivo di autochiusura operi effettivamente.
Le porte munite di dispositivi di chiusura automatici devono essere controllate periodicamente per assicurare che i dispositivi siano efficienti e che le porte si chiudano perfettamente.
Tali porte devono essere tenute libere da ostruzioni.
[…]
Tutte le misure antincendio previste per migliorare la sicurezza delle vie di uscita, quali per esempio gli impianti di evacuazione fumo, devono essere verificati secondo le norme di buona tecnica e manutenzionati da persona competente.

Lo stesso D.M. 10/03/1998, all’articolo 4 “Controllo e manutenzione degli impianti e delle attrezzature antincendio” specifica che:

1. Gli interventi di manutenzione ed i controlli sugli impianti e sulle attrezzature di protezione antincendio sono effettuati nel rispetto delle disposizioni legislative e regolamentari vigenti, delle norme di buona tecnica emanate dagli organismi di normalizzazione nazionali o europei o, in assenza dì dette norme di buona tecnica, delle istruzioni fornite dal fabbricante e/o dall’installatore.

Ne deriva che, le norme tecniche applicabili, hanno un valore di cogenza e non sono solo volontarie.

La norma tecnica di riferimento: UNI EN 11473-1:2013

La UNI EN 11473-1:2013 definisce nel dettaglio le attività di manutenzione da effettuarsi per quanto concerne le porte tagliafuoco.

Questa prevede:

4.1 Compiti del titolare della attività
  • far posare correttamente la porta (secondo le istruzioni del produttore allineate alle indicazioni regolamentari e norme tecniche ove esistenti). Il posatore deve rilasciare dichiarazione di corretta posa in opera della porta; il responsabile dell’attività, effettuerà una controllo di presa in carico al momento della consegna della dichiarazione, verificando la veridicità di quanto dichiarato, applicando la checklist di cui al prospetto 3, riportata all’interno della scheda attrezzatura di AimSafe;
  • verificare l’efficienza della porta mediante un piano di sorveglianza (da parte di personale interno addestrato);
  • verificare l’efficienza della porta mediante un piano di manutenzione ordinaria periodica (da parte di personale qualificato).

Cosa rientra nella manutenzione?

L’attività di manutenzione si compone di queste operazioni:

  1. Presa in carico: si tratta dei controlli da fare alla firma del contratto per l’affidamento dell’attività di manutenzione. E’ volta a valutare nel dettaglio lo stato attuale delle porte tagliafuoco in vista delle attività di manutenzione da eseguire;
  2. Sorveglianza: è un’attività di controllo visivo volta a valutare lo stato generale della porta. Viene effettuata da personale interno e registrata in un registro dei controlli interno. La periodicità e le attività ricomprese sono da definirsi in base alla valutazione dei rischi;
  3. Controllo periodico: viene effettuato almeno 2 volte all’anno con cadenza semestrale. Prevede un controllo più approfondito e la compilazione del rapporto di intervento, con aggiornamento del cartellino. Il controllo deve essere svolto da “persona competente e qualificata incaricata dall’azienda di manutenzione”;
  4. Manutenzione ordinaria: sono le attività che vengono effettuate direttamente in loco e richiedono strumenti di uso comune tra cui sono ricomprese le sostituzioni di componenti della porta. Dell’attività deve risultare un rapporto di intervento mentre, in caso di sostituzione, è necessario emettere una dichiarazione di corretta posa del componente sostituito;
  5. Manutenzione straordinaria: è una manutenzione che richiede lo spostamento della porta o l’uso di strumenti particolari o sostituzioni di intere parti.

Vengono, quindi, individuate, due situazioni legate al controllo delle porte tagliafuoco:

  1. Controllo semestrale: svolto da personale incaricato da un’azienda di manutenzione. Il punto 7.7 richiama gli interventi da effettuare ma che non è oggetto di questo articolo;
  2. Sorveglianza: è un’attività di controllo più blanda rispetto al punto precedente e richiede esclusivamente controlli visivi e funzionali, senza l’uso di strumenti e senza dover agire su regolazioni della porta.

Di seguito, le attività che la norma prevede per la sorveglianza:

  1. Verificare che le porte siano funzionanti ovvero che si aprano agevolmente e richiudano automaticamente;
  2. Verificare che le porte siano facilmente raggiungibili e attraversabili;
  3. Verificare che le porte siano segnalate, se previsto;
  4. Verificare che le porte non siano danneggiate o che abbiano subito modifiche;
  5. Verificare la presenza e compilazione del cartellino di manutenzione.

Registrazione della sorveglianza

La registrazione degli interventi di sorveglianza ha una duplice funzione:

a. dimostrare l’avvenuta sorveglianza;

b. monitorarne l’effettiva esecuzione.

Le modalità di registrazione non sono definite ma vanno decise in base alla valutazione dei rischi così come la periodicità della sorveglianza.

Come AimSafe può aiutare il datore di lavoro

Il modulo Attrezzature nasce per permettere il monitoraggio delle scadenze legate alle attrezzature e per la registrazione degli interventi necessari.

All’interno del vasto database di attrezzature, trovate anche “Porta tagliafuoco (UNI 11473-1:2013)” che riporta tutti i punti della norma opportunamente spiegati in maniera applicativa.

Grazie alla condivisione, potrete permettere all’azienda di manutenzione di registrare direttamente su AimSafe i controlli in modo da garantire che vengano svolti come previsto dalla norma tecnica.

Analogamente, potrete farlo con il personale interno incaricato della Sorveglianza. Niente più fogli volanti e difficoltà per comprendere la scrittura a mano.