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Informazioni su Ing. Fabio Rosito

Dal 2003 mi occupo di sicurezza sul lavoro, prima come dipendente in aziende di consulenze, poi come libero professionista. La mia attività prevede l'assistenza delle aziende nell'individuare i punti di maggior rischio e nel definire gli interventi di miglioramento necessari. Email: fabio.rosito@sti-consulenze.it Tel. 329/64.12.255

Responsabilità solidale del committente. Il DURC è veramente efficace?

L’articolo 29 comma 2 della c.d. Legge Biagi (D.Lgs. 276/03) e l’articolo 26 comma 4 del D.Lgs. 81/2008, delineano la responsabilità solidale del committente relativamente ai contributi previdenziali e assicurativi dovuti dall’impresa appaltatrice.
Per evitare questa responsabilità, il DURC è veramente efficace?

L’articolo 29 comma 2 D.Lgs. 276/03, così come modificato dal prevede che:
“2. n caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l’appaltatore, nonchè con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, nonchè i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto, restando escluso qualsiasi obbligo per le sanzioni civili di cui risponde solo il responsabile dell’inadempimento. Il committente che ha eseguito il pagamento è tenuto, ove previsto, ad assolvere gli obblighi del sostituto d’imposta ai sensi delle disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e può esercitare l’azione di regresso nei confronti del coobbligato secondo le regole generali”
Questo articolo, quindi, prevede che, qualora il datore di lavoro appaltatore non abbia corrisposto ai propri dipendenti lo stipendio o non abbia versato i relativi contributi, il lavoratore o l’istituto potranno chiedere il versamento di quanto dovuto al committente che ha affidato all’impresa l’appalto.

L’articolo 26 comma 4 del D.Lgs. 81/2008, invece, prevede quanto segue:
“4. Ferme restando le disposizioni di legge vigenti in materia di responsabilità solidale per il mancato pagamento delle retribuzioni e dei contributi previdenziali e assicurativi, l’imprenditore committente risponde in solido con l’appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori, per tutti i danni per i quali il lavoratore, dipendente dall’appaltatore o dal subappaltatore, non risulti indennizzato ad opera dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) o dell’Istituto di previdenza per il settore marittimo (IPSEMA). Le disposizioni del presente comma non si applicano ai danni conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.”
In questo caso, si configura la situazione in cui il lavoratore può richiedere il risarcimento dei danni, a seguito di infortunio, sia al proprio datore di lavoro che ai datori di lavoro della catena di affidamento degli appalti fino al committente. La richiesta, chiaramente, non può riferirsi a somme già indennizzate dall’INAIL.

Questi due elementi normativi vanno a delineare la c.d. responsabilità solidale del committente che, spesso, viene gestita con la richiesta all’appaltatore del DURC.
Il DURC, acronimo di Documento Unico di Regolarità Contributiva, è un’attestazione rilasciata dagli enti coinvolti (Inail, Inps ed eventualmente Cassa Edile) riportante lo stato di pagamento di quanto dovuto. Il risultato del DURC può essere “REGOLARE” o “NON REGOLARE” qualora permangano delle pendenze verso uno o più degli istituti. Questa attestazione ha una validità di 90 giorni.
Ma il DURC è veramente un documento esaustivo rispetto a quanto previsto dai precedenti articoli?
Sicuramente no, per questi motivi:
1) il DURC non dà indicazioni in merito al pagamento degli stipendi ai lavoratori;
2) il DURC riporta lo stato dei pagamenti relativamente ai lavoratori regolarmente in forza in azienda. Potrei avere 5 lavoratori assunti per i quali pago regolarmente i contributi e altri 5 lavoratori in nero non dichiarata da nessuna parte. Il DURC, in questo caso, sarà “REGOLARE”;
3) il DURC indica l’effettiva regolarità dei pagamenti da parte dell’appaltatore di quanto dovuto all’INAIL, ma non impedisce al lavoratore di chiedere ulteriori risarcimenti anche in caso di rifiuto di pagamento da parte dell’INAIL.

Ne consegue che, una reale copertura dai rischi per il committente, richiede ulteriori richieste o verifiche da fare sia in occasione della verifica di idoneità tecnico professionale, sia in occasione dei pagamenti delle fatture nel corso dello svolgimento dell’appalto:
1) richiesta di una polizza assicurativa che copra anche dai danni non direttamente indennizzati dall’INAIL e avvenuti a danno dei propri lavoratori o di lavoratori di altre imprese;
2) copia del LUL dal quale derivare il personale in forza e controllo degli accessi per impedire l’ingresso a lavoratori non presenti in quell’elenco;
2) richiesta di fideiussione atta a coprire, per due anni dalla fine dell’appalto, da eventuali richieste risarcitorie ricevute dal committente;
3) richiesta di copia dei bonifici fatti ai lavoratori a saldo del compenso.
Come si vede, la responsabilità solidale del committente determina un complesso sistema di controllo su tutti gli appaltatori che va ad incidere anche in maniera significativa sul lavoro dei servizi deputati.

Per questo, AimSafe ha realizzato un modulo specifico per la gestione degli appalti, volto ad automatizzare queste attività di controllo riducendo le incombenze per l’RSPP o gli altri servizi preposti al controllo degli appalti.
Impostate le richieste documentali relativamente all’azienda e al singolo lavoratore, sarà AimSafe a richiedere la fornitura dei documenti e a segnalare all’appaltatore le scadenze. Grazie al controllo accessi, la reception potrà verificare in ogni istante chi ha i requisiti per entrare e chi no.
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Quando si configura un dirigente per la sicurezza?

Il D.Lgs. 81/2008, nell’assegnare le responsabilità, adotta una nomenclatura che, in alcune situazioni, può essere fuorviante.
 
E’ il caso, ad esempio, del dirigente. Questa figura non viene individuata in base alla tipologia contrattuale ma in base alla funzione svolta.
 
L’articolo 2 comma 1 lettera d riporta la definizione di dirigente, in questi termini:
persona che, in ragione delle competenze professionali e di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell’incarico conferitogli, attua le direttive del datore di lavoro organizzando l’attività lavorativa e vigilando su di essa;“.
 
Il dirigente per la sicurezza, quindi, è colui che, in base al ruolo ricoperto:
 
– attua le direttive del datore di lavoro, che rimane il principale responsabile in materia di prevenzione, almeno per quanto concerne le direttive, intese come indicazioni strategiche derivanti dalla valutazione dei rischi;
 
– organizza l’attività lavorativa: ovvero è persona che ha, tra i poteri, la possibilità di cambiare l’organizzazione dell’attività lavorativa intesa come assegnazione dei compiti alle persone, modifica delle procedure operative.
 
All’interno dell’articolo 18, sono riportati gli obblighi del datore di lavoro e del dirigente.
 
L’articolo inizia con questa frase:
“Il datore di lavoro […] e i dirigenti, che organizzano e dirigono le stesse attività secondo le attribuzioni e competenze ad essi conferite, devono:”
 
Di estrema importanza l’indicazione “secondo le attribuzioni e competenze; questo significa che ogni persona, inquadrabile all’interno della definizione di dirigente ex art. 2 comma 1 lettera d, non è il destinatario di tutti gli obblighi di cui all’articolo 18, come invece accade per il datore di lavoro, ma solo degli obblighi riconducibili alla propria competenza funzionale.
 
Ad esempio, non spetterà al responsabile del magazzino comunicare all’INAIL il nominativo dell’RLS, a meno che questo non sia indicato nel proprio mansionario o abbia ricevuto istruzione in questo senso.
 
In accordo con l’articolo 299, il dirigente, come destinatario di eventuali contestazioni in caso di illecito, non viene individuato in base a lettere di nomina, organigrammi o altri documenti, ma in base all’effettivo svolgimento del ruolo di dirigente.
Tuttavia, risulta di estrema importanza che il singolo dirigente sia reso edotto delle proprie responsabilità anche mediante una lettera di incarico o attraverso una mera informazione, da abbinare alla formazione obbligatoria prevista all’interno dell’articolo 37 e declinata, sebbene non in maniera obbligatoria, all’interno dell’Accordo Stato Regioni del 21/12/2011.

Partecipazione vs consultazione

La UNI ISO 45001:2018 tratta in maniera molto più approfondita, rispetto al suo predecessore BS OHSAS 18001:2007, il tema della consultazione e partecipazione dei lavoratori ai processi aziendali.

Il primo elemento significativo è che sia “partecipazione” che “consultazione” sono termini riportanti all’interno delle definizioni (punto 3 della UNI ISO 45001:2018), segno che si è voluto stabilire in maniera chiara cosa si dovesse intendere:

3.4 partecipazione: coinvolgimento nel processo aziendale.
3.5 consultazione: ricerca di pareri prima di esprimere decisioni

Il termine “consultazione” ci risulta molto più familiare, visto che è previsto già all’interno del D.Lgs. 81/2008, sebbene limitato al solo RLS.

In sostanza, la consultazione prevede un chiedere il parere dei lavoratori o dei loro rappresentanti, in merito a specifiche situazioni o condizioni che l’organizzazione deve gestire, pareri che non saranno vincolanti ma che l’organizzazione assume. Partecipazione, invece, prevede che gli stessi lavoratori o rappresentanti prendano parte al processo di definizione.

La seconda differenza sostanziale, riguarda il “posizionamento” dei requisiti legati alla consultazione e partecipazione, all’interno dei due standard:

a. all’interno della BS OHSAS 18001:2007, la comunicazione e partecipazione è riportata all’interno del capitolo 4, specificatamente al punto 4.4.3.2, ovvero all’interno della sezione 4.4 Implementazione e funzionamento. Ovvero, si tratta di processi operativi che vengono attuati a valle della pianificazione;

b. all’interno della UNI ISO 45001:2018, invece, la partecipazione e consultazione, si trova all’interno del capitolo 5 “Leadership e partecipazione dei lavoratori” a monte di tutti gli altri processi, compresi quelli di pianificazione. Questi elementi, quindi, assumono una valenza paragonabile all’impegno della direzione, volto a definire i processi che porteranno all’implementazione del sistema o al suo miglioramento.

Riguardo i contenuti, sarebbe più facile individuare le similitudini che evidenziare le differenze che sono moltissime. Queste sono le principali differenze:

  1. il punto 4.4.3.2 pur citando “partecipazione e consultazione”, limita la consultazione agli appaltatori, con un rapido richiamo alla consultazione dei lavoratori “dove vi sia qualunque modifica che può influire sulla loro salute e sicurezza“;
  2. la 45001 prevede che la partecipazione dei lavoratori sia richiesta in questi casi:

Partecipazione, cosa prevede la 45001

a) determinare le modalità per la loro consultazione. Questo è un punto nuovo rispetto alla 18001 che richiama l’importanza di richiedere ai lavoratori di essere parte nel processo di definizione anche di come poi esercitare questa partecipazione e consultazione. Nella 18001 compariva con questa forma “;

b) identificare i pericoli e valutare i rischi e le opportunità: deriva dalla versione includa nella 18001: “il loro adeguato coinvolgimento nell’identificazione dei pericoli, nell’analisi dei rischi e nella definizione dei controlli”. In sostanza, i lavoratori devono partecipare segnalando le condizioni di pericolo e i mancati infortuni ma anche prendere parte al processo che ne consegue relativamente alla definizione delle misure da mettere in atto;

c) determinare le azioni per eliminare i pericoli e ridurre i rischi per la SSL: anche in questo caso, pensare di definire le misure di riduzione dei rischi senza la partecipazione attiva dei lavoratori che operano lì dove il rischio è stato individuato, non è sostenibile e porta a soluzione che poi non saranno funzionali o non saranno, semplicemente, accettate da chi poi dovrà impiegarle sul campo;

d) determinare i requisiti di competenza, i fabbisogni formativi, la formazione da effettuare e valutare la formazione stessa: la 45001 evidenzia come i lavoratori debbano entrare a far parte del processo di individuazione delle necessità formative, in modo da poter segnalare eventuali condizioni che richiedono una specifica formazione o addestramento. Questa scelta permette all’organizzazione di andare ad erogare la formazione che serve maggiormente ai lavoratori per svolgere le loro funzioni;

e) determinare cosa è necessario comunicare e come farlo: definire il processo di comunicazione insieme ai lavoratori ha necessariamente dei risvolti positivi legati alle modalità di fruizione delle comunicazioni e nell’ottica di permettere ai lavoratori di ricevere le informazioni che, senza di loro, non verrebbero comunicate creando difficoltà anche a livello operativo;

f) determinare le misure di controllo e la loro attuazione e uso efficaci: di nuovo, la 45001 evidenzia come la partecipazione dei lavoratori nel definire le misure da adottare sia essenziale per raggiungere gli obiettivi di sicurezza e salute che l’organizzazione stessa si è data;

g) investigare incidenti e non conformità e determinare azioni correttive: nella 18001 compariva come “il loro adeguato coinvolgimento nell’analisi degli eventi”. I lavoratori devono essere parte del processo di indagine degli eventi, volta a individuare la causa radice, ma anche del processo di individuazione delle misure finalizzate ad evitare che situazioni quali incidenti e non conformità possano ripetersi. Abbiamo ben in mente cosa succede quando le soluzioni cadono dall’alto, senza una collaborazione degli attori che li mettono poi in pratica.

Consultazione, cosa prevede la 45001

a) determinare le esigenze e le aspettative delle parti interessate: come indicato in precedenza, consultazione è chiedere un parere, non far parte del processo. In questo caso, è evidente come l’organizzazione vada a determinare le esigenze e le aspettative delle parti interessate ma, nel farlo, consulterà, ovvero chiederà un parere, ai lavoratori e ai loro rappresentanti;

b) stabilire la politica per la SSL: come sopra, l’alta direzione è il soggetto che promulga la politica ma, nel farlo, chiederà un parere ai lavoratori e ai loro rappresentanti. E’ palese come i lavoratori NON prenderanno parte (partecipazione) alla predisposizione della politica, ma potranno fornire il loro parere. Questo, era già previsto all’interno della 18001 sotto la dicitura: “il loro coinvolgimento nello sviluppo e nel riesame delle politiche e obiettivi“;

c) assegnare ruoli, responsabilità e autorità nell’organizzazione: ancora una volta è evidente come la funzione di consultazione differisce fondamentalmente dalla partecipazione: anche in questo caso, i lavoratori possono dare un parere in merito all’organizzazione, ma non prenderanno parte alla sua definizione. Si segnala come già il D.Lgs. 81/2008, richieda la consultazione degli RLS in merito alla designazione dell’RSPP, degli ASPP, del Medico Competente e degli incaricati antincendio e primo soccorso;

d) determinare come soddisfare i requisiti legali e altri requisiti: l’obbligo di rispettare determinati requisiti legali, quali la messa a norma antincendio, non può che essere a carico dell’alta direzione; la 45001, però, indica l’opportunità di consultare i lavoratori o i loro rappresentanti, per definire come rispettare il relativo requisito in un modo che sia poi adeguato rispetto all’esecuzione del lavoro e che non rende l’attività eccessivamente complessa, determinando il rischio che i lavoratori escogitino degli escamotage;

e) stabilire gli obiettivi per la sicurezza e salute dei lavoratori e pianificarne il raggiungimento: questo elemento rientra nella consultazione sul Documento di Valutazione dei rischi, già prevista all’interno del D.Lgs. 81/2008. Già la 18001 prevedeva “il loro coinvolgimento nello sviluppo e nel riesame delle politiche e degli obiettivi“;

f) determinare i controlli applicabili per l’affidamento in all’esterno, l’approvvigionamento e gli appaltatori: molto interessante questo punto, non previsto dal D.Lgs. 81/2008 se non per la consultazione dell’RLS relativamente al DUVRI. Chiedere il parere dei lavoratori in merito ai controlli da fare sulle aziende esterne, potrebbe permettere all’organizzazione di ottenere informazioni utili circa condizioni di rischio evidenziate dagli operatori relativamente alle aziende che provengono dall’esterno;

g) determinare cosa necessità di essere monitorato, misurato e valutato: il parere dei lavoratori circa, ad esempio, gli indicatori da misurare, potrebbe portare l’organizzazione a individuare elementi interessanti, altrimenti non considerati, da andare a valutare e misurare per comprendere se il sistema sta funzionando come desiderato;

h) pianificare, stabilire, attuare e mantenere uno o più programmi di audit: questo è un elemento che non è stato minimamente considerato all’interno della 18001. Significa che il piano di audit (date, orari, processi oggetto dell’audit e tecniche di auditing) vanno condivise con i lavoratori e i loro rappresentanti i quali potrebbe fornire pareri circa gli elementi presentati e proporre modifiche o integrazioni utili a rendere maggiormente efficace il processo;

i) assicurare il miglioramento continuo: questo punto va ad integrare quanto già indicato alla lettera d.

Cosa fare quando le vie di esodo sono troppo lunghe?

Può capitare di incontrare situazioni in cui le vie di esodo superano le lunghezze massime previste dalla normativa. Questo può capitare in attività non soggette al controllo dei Vigili del Fuoco (allegato I del D.P.R. 151/2011) dove sono presenti vincoli che impediscono la realizzazione di ulteriori uscite.

Eventi di questo tipo possono verificarsi anche quando non si tiene conto delle norme specifiche in fase di progettazione.

Come definire la lunghezza massima delle vie di esodo

Per i luoghi di lavoro, nei quali sono presenti lavoratori come definiti all’art. 2 comma 1 lettera a del D.Lgs. 81/2008, in merito alla valutazione del rischio di incendio e misure di prevenzione e protezione necessarie, si deve fare riferimento al D.M. 10/03/1998 che, all’articolo 3 comma 1 lettera b, prevede che:

1. All’esito della valutazione dei rischi dì incendio, il datore di lavoro adotta le misure finalizzate a:
b) realizzare le vie e le uscite di emergenza […] per garantire l’esodo delle persone in sicurezza in caso di incendio, in conformità ai requisiti di cui all’allegato III;

Le prescrizioni riportate nell’allegato III non si applicano, invece, alle attività soggette al controllo dei Vigili del Fuoco per le quali o si applicano le regole di prevenzione incendi specifiche, se presenti, o il codice di prevenzione incendi.

Parametri di ingresso da considerare

Al punto 3.2, troviamo questa importante indicazione:

Nello stabilire se il sistema di vie di uscita sia soddisfacente, occorre tenere presente:

 – il numero di persone presenti, la loro conoscenza del luogo di lavoro, la loro capacità di muoversi senza assistenza.

 – dove si trovano le persone quando un incendio accade;

 – i pericoli di incendio presenti nel luogo di lavoro;

 – il numero delle vie di uscita alternative disponibili,

Per definire la lunghezza massima delle vie di esodo, pertanto, dobbiamo considerare questi elementi:

a. livello di rischio di incendio che, in base al punto 1.4.2, deve considerare anche:

“b) individuazione dei lavoratori e di altre persone presenti nel luogo di lavoro esposte a rischi di incendio; “

Andando quindi a coprire il primo e terzo punto.

b. presenza di uscite alternative

Definiti questi due parametri, andremo ad analizzare il capitolo 3.3

Numero delle vie di esodo

E’ preferibile che ogni luogo di lavoro presenti almeno 2 vie di esodo alternative e indipendenti in modo non venga impedita l’unica via di esodo altrimenti presente. Il D.M. 10/03/1998 prevede che l’obbligo delle vie di esodo alternative e indipendenti sussista solo perle attività ad elevato rischio di incendio. Si richiama, però, il fatto che molte regole di prevenzione incendi richiedono la presenza di uscite alternative.

Definizione della lunghezza delle vie di esodo

In base ai parametri sopra definiti, potremmo trovarci in queste situazioni:

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Si fa presente che le distanza sopra indicate si riferiscono alla lunghezza dei percorsi per raggiungere l’uscita di piano più vicina dove, per uscita di piano si intende: “uscita che consente alle persone di non essere ulteriormente esposte al rischio diretto degli effetti di un incendio e che può configurarsi come segue:

a) uscita che immette direttamente in un luogo sicuro

b) uscita che immette in un percorso protetto attraverso il quale può essere raggiunta l’uscita che immette in un luogo sicuro;

c) uscita che immette su di una scala esterna. “

Il tecnico, quindi, dovrà verificare le condizioni sopra evidenziate in base al livello di rischio e numero di vie di esodo disponibili.

In presenza di più vie di esodo, è possibile che alcuni tratti di percorso presentino un unico percorso. Si pensi ad un corridoio laterale che conduce al corridoio da cui si dipartono le due vie di esodo. Questi tratti di percorso non possono avere lunghezza superiore alle lunghezze previste per le vie di esodo in presenza di una sola via.

Come si vede, i valori delle lunghezze indicate dalla norma non sono numeri puri ma intervalli. E’ a carico del tecnico andare a capire quale numero scegliere in quell’intervallo tenendo conto del fatto che il luogo di lavoro sia:

– frequentato da pubblico;

 – utilizzato prevalentemente da persone che necessitano di particolare assistenza in caso di emergenza;

 – utilizzato quale area di riposo;

 – utilizzato quale area dove sono depositati e/o manipolati materiali infiammabili.

Cosa fare se non si riescono a rispettare le distanze previste?

Qualora la conformazione della struttura non permetta di ottenere vie di esodo della lunghezza massima derivata dallo schema precedente e dalle considerazioni tecniche effettuate, il D.M. 10/03/1998 riporta una serie di interventi che possono controbilanciare questo mancato rispetto.

3.7 – MISURE DI SICUREZZA ALTERNATIVE

Se le misure di cui ai punti 3.3, 3.4, 3.5 e 3.6 non possono essere rispettate per motivi architettonici o urbanistici, il rischio per le persone presenti, per guanto attiene l’evacuazione dei luogo di lavoro, può essere limitato mediante l’adozione di uno o più dei seguenti accorgimenti, da considerarsi alternativi a quelli dei punti 3.3, 3.4, 3.5 e 3.6 solo in presenza dei suddetti impedimenti architettonici o urbanistici:

a) risistemazione dei luogo di lavoro e/o della attività così che le persone lavorino il più vicino possibile alle uscite di piano ed i pericoli non possano interdire il sicuro utilizzo delle vie di uscita.

b) riduzione dei percorso totale delle vie di uscita,

c) realizzazione di ulteriori uscite di piano;

d) realizzazione di percorsi protetti addizionati o estensione dei percorsi protetti esistenti.

e) installazione di un sistema automatico di rivelazione ed allarme incendio per ridurre i tempi di evacuazione.

Si fa presente che l’adozione di queste misure alternative è prevista solo quando sono presenti vincoli architettonici che non permettono di modificare la struttura per rispettare i parametri previsti.

Per quanto concerne i “percorsi protetti”, questi sono definiti come: “percorso caratterizzato da una adeguata protezione contro gli effetti di un incendio che può svilupparsi nella restante parte dell’edificio. Esso può essere costituito da un corridoio protetto, da una scala protetta o da una scala esterna”. Se il percorso protetto immette direttamente su un luogo sicuro o scala esterna, la misurazione delle distanza può fermarsi alla porta di ingresso al percorso protetto.

Pertanto, la presenza di una scala protetta (ovvero una scala interna che forma un compartimenti rispetto al resto dei locali dei diversi piani mediante muri e porte tagliafuoco), è da considerarsi una misura alternativa qualora le lunghezze delle vie di esodo risultassero eccessivamente lunghe. Se dalla scala protetta si raggiunge direttamente l’esterno, in accordo con quanto prima indicato, la misurazione delle distanze si ferma alla porta di accesso alla scala. Se, invece, dalla scala si deve uscire in un altro compartimento per raggiungere l’esterno, questo principio non vale.

Entra in vigore l’obbligo di comunicazione telematica degli interventi du impianti contenenti FGAS

Entra oggi in vigore l’obbligo, previsto dal D.P.R. 146/2018, che impone alle aziende o persone certificate per l’esecuzione di interventi di manutenzione agli impianti di refrigerazione contenenti FGAS, di comunicare il singolo intervento effettuato sull’impianto, entro 30 giorni dalla data di esecuzione dell’intervento stesso.
Cessa, quindi, l’obbligo di annotazione sul registro che, però, va conservato.

Cosa devono fare le aziende clienti?

Richiedere all’impresa o persona incaricata della manutenzione del proprio impianto contenente FGAS di essersi registrato sul portale e di essere pronto a registrare, entro 30 giorni dalla data del singolo intervento, sul portale online i dati dell’intervento stesso.
Richiedere anche, se applicabile, copia della certificazione.

Chi sono i soggetti che devono certificarsi?

L’obbligo di certificazione e iscrizione al Registro telematico nazionale è previsto per le persone fisiche che svolgono le seguenti attività ai sensi dell’art. 7, comma 1, del D.P.R. n. 146/2018:
a) attività su celle frigorifero di autocarri e rimorchi frigorifero, apparecchiature fisse di refrigerazione, condizionamento d’aria e pompe di calore fisse:
1) controllo delle perdite dalle apparecchiature contenenti gas fluorurati a effetto serra in quantità pari o superiori a 5 tonnellate di CO2 equivalente a meno che le apparecchiature siano ermeticamente sigillate, etichettate come tali e contenenti gas fluorurati a effetto serra in quantità inferiori a 10 tonnellate di CO2 equivalente;
2) recupero di gas fluorurati a effetto serra;
3) installazione;
4) riparazione, manutenzione o assistenza;
5) smantellamento.
b) attività su apparecchiature di protezione antincendio che contengono gas fluorurati a effetto serra:
1) controllo delle perdite dalle apparecchiature contenenti gas fluorurati a effetto serra in quantità pari o superiori a 5 tonnellate di CO2 equivalente a meno che le apparecchiature siano ermeticamente sigillate, etichettate come tali e contenenti gas fluorurati a effetto serra in quantità inferiori a 10 tonnellate di CO2 equivalente;
2) recupero di gas fluorurati a effetto serra;
3) installazione;
4) riparazione, manutenzione o assistenza;
5) smantellamento.
c) attività su commutatori elettrici contenenti gas fluorurati a effetto serra:
1) installazione;
2) riparazione, manutenzione o assistenza;
3) smantellamento;
4) recupero.
d) recupero di solventi a base di gas fluorurati a effetto serra dalle apparecchiature fisse che li contengono.
L’obbligo di certificazione e iscrizione al Registro telematico nazionale è previsto per le imprese che svolgono le seguenti attività ai sensi dell’art. 8, comma 1, del D.P.R. n. 146/2018:
– attività di installazione, riparazione, manutenzione, assistenza o smantellamento di apparecchiature fisse* di refrigerazione, condizionamento d’aria e pompe di calore fisse contenenti gas fluorurati ad effetto serra;
– attività di installazione, riparazione, manutenzione, assistenza o smantellamento di apparecchiature di protezione antincendio contenenti gas fluorurati ad effetto serra.
La certificazione avviene ad opera degli enti di certificazione accreditati, come già succede per i sistemi di gestione e le certificazioni di prodotto.
Sono invece soggette all’iscrizione al Registro telematico nazionale, ma esenti dall’obbligo di certificazione e attestazione, le persone fisiche e le imprese che svolgono le seguenti attività ai sensi dell’art. 10, comma 1, del D.P.R. n. 146/2018:
a) le persone fisiche addette al controllo di sistemi di rilevamento delle perdite dalle apparecchiature a ciclo Rankine a fluido organico contenenti gas fluorurati a effetto serra;
b) le imprese che svolgono attività di installazione, riparazione, manutenzione, assistenza e disattivazione di commutatori elettrici contenenti gas fluorurati a effetto serra o di recupero di gas fluorurati ad effetto serra da dette apparecchiature;
c) le imprese che svolgono attività di recupero di solventi a base di gas fluorurati ad effetto serra dalle apparecchiature fisse che li contengono;
d) le imprese che svolgono attività di recupero di gas fluorurati ad effetto serra dagli impianti di condizionamento d’aria dei veicoli a motore che rientrano nel campo d’applicazione della direttiva 2006/40/CE;
e) le imprese che svolgono attività di installazione, riparazione, manutenzione, assistenza o smantellamento di celle frigorifero di autocarri e rimorchi frigorifero contenenti gas fluorurati a effetto serra;
f) le imprese che svolgono attività di controllo dei sistemi di rilevamento delle perdite dalle apparecchiature a ciclo Rankine a fluido organico.
Obbligo della tenuta dei Registri (art. 6 del Regolamento (UE) n. 517/2014) Banca dati (art. 16 del D.P.R. n. 146/2018)


La normativa prevede che gli operatori di apparecchiature per cui sono necessari controlli delle perdite (apparecchiature fisse di refrigerazione, di condizionamento d’aria, di pompe di calore fisse, di apparecchiature di protezione antincendio e di celle frigorifere di autocarri e rimorchi frigorifero contenenti un carico di gas fluorurati pari o superiore a 5 tonnellate di CO2 equivalente), devono conservare registri delle apparecchiature per cinque anni e, su richiesta, metterli a disposizione dell’Autorità nazionale competente o della Commissione europea. In caso di apparecchiature etichettate come “apparecchiature ermeticamente sigillate”, i registri sono necessari solo se il carico di refrigerazione è superiore a 10 tonnellate di CO2 equivalente.
A decorrere dal 25 settembre, tutte le informazioni contenute nei registri di cui all’articolo 6 del regolamento (UE) n. 517/2014, relative alle attività di controllo delle perdite nonché alle attività di installazione, assistenza, manutenzione, riparazione, smantellamento, sono comunicate, per via telematica, alla Banca dati.

A tal proposito si fa presente che la soglia di 5 tonnellate di CO2 equivalenti è utilizzata esclusivamente per determinare gli obblighi e la frequenza dei controlli delle perdite.
Pertanto, a partire dal 25 settembre 2019, l’obbligo di tenuta dei registri sarà rispettato mediante la comunicazione alla Banca dati dalla quale sarà possibile scaricare un attestato contenente tutte le informazioni relative alle proprie apparecchiature.
E’ stato, invece, completamente abrogato l’obbligo della dichiarazione FGAS entro il 31 maggio di ogni anno.

Serramenti tagliafuoco: quali sono gli obblighi in capo al datore di lavoro?

I serramenti tagliafuoco sono una misure di protezione antincendio importantissima, poichè permettono la separazione (compartimentazione) di aree diverse afficnhè, eventuali incendi, non si propaghino da una zona all’altra dell’edificio aumentando i danni che producono.

I serramenti tagliafuoco, in particolare le porte, inserite all’interno di pareti tagliafuoco di livello coerente, sono l’unico strumento che può arginare i danni quando l’incendio raggiunge il flashover, non potendo più intervenire con i mezzi di estinzione.

Le strutture tagliafuoco sono caratterizzate da caratteristiche riassunte dalla sigla REI:

R = capacità strutturale. La struttura (porta+parete), in caso di incendio (attraverso prove di laboratorio che sottopongono l’elemento ad un incendio con curva di incendio nominale e non quella reale) deve resistere per almeno X minuti;

E = ermeticità. La struttura, deve impedire che la stessa venga attraversata da fumi, vapori, gas e fiamme per almeno X minuti;

I = isolamento. Il lato opposto rispetto a quello investito dall’incendio, non subirà aumenti di temperatura significativi per almeno X minuti.

I minuti, per i quali la struttura garantisce il mantenimento delle performance sopra indicate, è dato dal numero che segue la sigla REI e può 30, 60, 90, 120, 240.

Le strutture tagliafuoco, però, devono essere mantenute e controllate al fine di mantenere le loro caratteristiche così importanti.

Chi è che risponde della loro manutenzione?

Il Decreto Ministeriale 10/03/1998 all’articolo 3 comma 1 lettera e prevede che

Il DATORE DI LAVORO adotta le misure finalizzate a […] garantire l’efficienza dei sistemi di protezione antincendio secondo i criteri di cui all’allegato VI

Al punto 6.3, vengono riportati elementi significativi su cui porre l’attenzione per quanto concerne le porte e, in particolare, quelle resistenti al fuoco:

Particolare attenzione deve essere dedicata ai serramenti delle porte.
Tutte le porte resistenti al fuoco devono essere regolarmente controllate per assicurarsi che non sussistano danneggiamenti e che chiudano regolarmente.
Qualora siano previsti dispositivi di autochiusura, il controllo deve assicurare che la porta ruoti liberamente e che il dispositivo di autochiusura operi effettivamente.
Le porte munite di dispositivi di chiusura automatici devono essere controllate periodicamente per assicurare che i dispositivi siano efficienti e che le porte si chiudano perfettamente.
Tali porte devono essere tenute libere da ostruzioni.
[…]
Tutte le misure antincendio previste per migliorare la sicurezza delle vie di uscita, quali per esempio gli impianti di evacuazione fumo, devono essere verificati secondo le norme di buona tecnica e manutenzionati da persona competente.

Lo stesso D.M. 10/03/1998, all’articolo 4 “Controllo e manutenzione degli impianti e delle attrezzature antincendio” specifica che:

1. Gli interventi di manutenzione ed i controlli sugli impianti e sulle attrezzature di protezione antincendio sono effettuati nel rispetto delle disposizioni legislative e regolamentari vigenti, delle norme di buona tecnica emanate dagli organismi di normalizzazione nazionali o europei o, in assenza dì dette norme di buona tecnica, delle istruzioni fornite dal fabbricante e/o dall’installatore.

Ne deriva che, le norme tecniche applicabili, hanno un valore di cogenza e non sono solo volontarie.

La norma tecnica di riferimento: UNI EN 11473-1:2013

La UNI EN 11473-1:2013 definisce nel dettaglio le attività di manutenzione da effettuarsi per quanto concerne le porte tagliafuoco.

Questa prevede:

4.1 Compiti del titolare della attività
  • far posare correttamente la porta (secondo le istruzioni del produttore allineate alle indicazioni regolamentari e norme tecniche ove esistenti). Il posatore deve rilasciare dichiarazione di corretta posa in opera della porta; il responsabile dell’attività, effettuerà una controllo di presa in carico al momento della consegna della dichiarazione, verificando la veridicità di quanto dichiarato, applicando la checklist di cui al prospetto 3, riportata all’interno della scheda attrezzatura di AimSafe;
  • verificare l’efficienza della porta mediante un piano di sorveglianza (da parte di personale interno addestrato);
  • verificare l’efficienza della porta mediante un piano di manutenzione ordinaria periodica (da parte di personale qualificato).

Cosa rientra nella manutenzione?

L’attività di manutenzione si compone di queste operazioni:

  1. Presa in carico: si tratta dei controlli da fare alla firma del contratto per l’affidamento dell’attività di manutenzione. E’ volta a valutare nel dettaglio lo stato attuale delle porte tagliafuoco in vista delle attività di manutenzione da eseguire;
  2. Sorveglianza: è un’attività di controllo visivo volta a valutare lo stato generale della porta. Viene effettuata da personale interno e registrata in un registro dei controlli interno. La periodicità e le attività ricomprese sono da definirsi in base alla valutazione dei rischi;
  3. Controllo periodico: viene effettuato almeno 2 volte all’anno con cadenza semestrale. Prevede un controllo più approfondito e la compilazione del rapporto di intervento, con aggiornamento del cartellino. Il controllo deve essere svolto da “persona competente e qualificata incaricata dall’azienda di manutenzione”;
  4. Manutenzione ordinaria: sono le attività che vengono effettuate direttamente in loco e richiedono strumenti di uso comune tra cui sono ricomprese le sostituzioni di componenti della porta. Dell’attività deve risultare un rapporto di intervento mentre, in caso di sostituzione, è necessario emettere una dichiarazione di corretta posa del componente sostituito;
  5. Manutenzione straordinaria: è una manutenzione che richiede lo spostamento della porta o l’uso di strumenti particolari o sostituzioni di intere parti.

Vengono, quindi, individuate, due situazioni legate al controllo delle porte tagliafuoco:

  1. Controllo semestrale: svolto da personale incaricato da un’azienda di manutenzione. Il punto 7.7 richiama gli interventi da effettuare ma che non è oggetto di questo articolo;
  2. Sorveglianza: è un’attività di controllo più blanda rispetto al punto precedente e richiede esclusivamente controlli visivi e funzionali, senza l’uso di strumenti e senza dover agire su regolazioni della porta.

Di seguito, le attività che la norma prevede per la sorveglianza:

  1. Verificare che le porte siano funzionanti ovvero che si aprano agevolmente e richiudano automaticamente;
  2. Verificare che le porte siano facilmente raggiungibili e attraversabili;
  3. Verificare che le porte siano segnalate, se previsto;
  4. Verificare che le porte non siano danneggiate o che abbiano subito modifiche;
  5. Verificare la presenza e compilazione del cartellino di manutenzione.

Registrazione della sorveglianza

La registrazione degli interventi di sorveglianza ha una duplice funzione:

a. dimostrare l’avvenuta sorveglianza;

b. monitorarne l’effettiva esecuzione.

Le modalità di registrazione non sono definite ma vanno decise in base alla valutazione dei rischi così come la periodicità della sorveglianza.

Come AimSafe può aiutare il datore di lavoro

Il modulo Attrezzature nasce per permettere il monitoraggio delle scadenze legate alle attrezzature e per la registrazione degli interventi necessari.

All’interno del vasto database di attrezzature, trovate anche “Porta tagliafuoco (UNI 11473-1:2013)” che riporta tutti i punti della norma opportunamente spiegati in maniera applicativa.

Grazie alla condivisione, potrete permettere all’azienda di manutenzione di registrare direttamente su AimSafe i controlli in modo da garantire che vengano svolti come previsto dalla norma tecnica.

Analogamente, potrete farlo con il personale interno incaricato della Sorveglianza. Niente più fogli volanti e difficoltà per comprendere la scrittura a mano.

Anche quest’anno ospitiamo gli eventi formativi gratuiti di AimSafe

Come di consueto, S.T.I. ospita gli eventi formativi gratuiti organizzati da AimSafe, il gestionale cloud che i nostri tecnici utilizzano in condivisione con i nostri clienti.

Le serate, che si svolgono presso la nostra aula corsi, vertono su singoli temi tecnici sviluppati usando la piattaforma.

Tutti gli eventi si svolgono dalle 19,00 alle 21,00 presso Cascina Fossata a Torino, ma sono visualizzabili in diretta e differita sulla pagina Facebook e in differita sul canale YouTube.
Per iscrizioni su BachecaSicurezza.it:
https://www.bachecasicurezza.it/courses/training_authority.php?pk_training_authority=51

Di seguito, il calendario degli eventi pianificati nei prossimi mesi:
11/09: Uso avanzato del modulo Formazione
25/09: Implementazione del MOG semplificato con AimSafe
16/10: Valutazione dei rischi da sollevamento mediante uso di AimSafe
30/10: Valutazione dei rischi da movimenti ripetitivi mediante uso di AimSafe
20/11: Valutazione dei rischi da posture statiche mediante uso di AimSafe”

Come si documenta l’esperienza pratica per un docente del corso attrezzature?

Domanda: è vero che l’esperienza triennale nell’utilizzo delle macchine operatrici per essere formatore parte pratica può essere autocertificato dal docente stesso?

Risposta:

L’accordo Stato Regioni del 22/02/2012 al punto 2.1 specifica che i docenti devono avere “esperienza professionale pratica, documentata, almeno triennale, nelle tecniche di utilizzazione delle attrezzature” senza andare a definire in che modo l’esperienza va documentata. Anche la Circolare – 10/06/2013 – n. 21 e la Circolare 11 marzo 2013, n. 12, non danno informazioni aggiuntive.
Ritengo che l’esperienza documentata può essere ottenuta mediante lettera di assunzione con una funzione che, all’interno del mansionario, preveda anche l’uso dell’attrezzatura oggetto della formazione.
Nulla vieta che sia valida anche un’autocertificazione.

UNI ISO 14005:2019: dal 1 agosto, disponibile la linea guida per l’implementazione a fasi del sistema di gestione per l’ambiente

La norma, propone un’implementazione a fasi del sistema di gestione che, invece dell’approccio classico a scalino, permette all’organizzazione un’implementazione graduale e più allineata alle proprie necessità e modalità operative.

Per ogni requisito, vengono previsti 6 livelli di implementazione, riportati all’interno di una matrice dove, il contenuto della cella, riporta quanto è necessario fare per poter raggiungere quel determinato “livello di maturità” su quello specifico requisito. Naturalmente, per poter ottenere un certo livello di maturità, è necessario aver implementato non solo quanto riportato nella cella, ma anche in quelle riportate nelle celle a sinistra, che corrispondono ai livelli di maturità inferiori.

Requisiti con livello di maturità 5 sono conformi alla UNI EN ISO 14001:2015 mentre un livello di maturità 6 porta alla conformità, sempre per quel determinato requisito, all’EMAS.

Seguono le matrici per i diversi requisiti della 14001 ed EMAS.