Archivi autore: Ing. Fabio Rosito

Informazioni su Ing. Fabio Rosito

Dal 2003 mi occupo di sicurezza sul lavoro, prima come dipendente in aziende di consulenze, poi come libero professionista. La mia attività prevede l'assistenza delle aziende nell'individuare i punti di maggior rischio e nel definire gli interventi di miglioramento necessari. Email: fabio.rosito@sti-consulenze.it Tel. 329/64.12.255

Emergenza Coronavirus: estensione a tutta Italia delle cautele

Ieri sera, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha firmato il D.P.C.M. 9 marzo 2020 che, dopo meno di un giorno, estende a tutto il territorio nazionale le prescrizioni previste per Lombardia e le altre Province indicate all’articolo 1 del D.P.C.M. 8 marzo 2020.

Le prescrizioni che seguono, quindi, sono valide sull’intero territorio italiano:

a) evitare gli spostamenti. Sono permessi gli spostamenti per

  1. esigenze lavorative;
  2. motivi di salute;
  3. rientro al proprio domicilio;

da dimostrare mediante autocertificazione scaricabile a questo indirizzo: https://www.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/modulo_autodichiarazione_spostamenti.pdf

b) i soggetti con sintomi quali tosse, difficoltà respiratoria e febbre superiore a 37,5 °C, devono rimanere a casa e contattare il proprio medico. Non recatevi al pronto soccorso o dal proprio medico curante in quanto, qualora aveste contratto il virus, sareste infettivi;

c) coloro che sono risultati positivi, hanno l’obbligo di rimanere all’interno della propria abitazione;

d) sono sospesi gli eventi e le competizioni sportive di ogni ordine e disciplina, in luoghi pubblici o privati. Gli impianti sportivi sono utilizzabili, a porte chiuse, soltanto per le sedute di allenamento degli atleti, professionisti e non professionisti, riconosciuti di interesse nazionale dal Comitato olimpico nazionale italiano (CONI) e dalle rispettive federazioni, in vista della loro partecipazione ai giochi olimpici o a manifestazioni nazionali ed internazionali; resta consentito esclusivamente lo svolgimento degli eventi e delle competizioni sportive organizzati da organismi sportivi internazionali, all’interno di impianti sportivi utilizzati a porte chiuse, ovvero all’aperto senza la presenza di pubblico; in tutti tali casi, le associazioni e le società sportive, a mezzo del proprio personale medico, sono tenute ad effettuare i controlli idonei a contenere il rischio di diffusione del virus COVID-19 tra gli atleti, i tecnici, i dirigenti e tutti gli accompagnatori che vi partecipano; lo sport e le attività motorie svolti all’aperto sono ammessi esclusivamente a condizione che sia possibile consentire il rispetto della distanza interpersonale di un metro;

e) i datori di lavoro devono promuovere la fruizione, da parte dei lavoratori, dei congedi ordinari, ferie, permessi, fatto salvo la possibilità di applicare lo smart working;

f) chiusura degli impianti sciistici;

g) sospensione di tutte le manifestazioni organizzate, nonche’ gli eventi in luogo pubblico o privato, ivi compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo, religioso e fieristico, anche se svolti in luoghi chiusi ma aperti al pubblico, quali, a titolo d’esempio, grandi eventi, cinema, teatri, pub, scuole di ballo, sale giochi, sale scommesse e sale bingo, discoteche e locali assimilati; nei predetti luoghi e’ sospesa ogni attività;

h) sospensione di tutti i servizi educativi per l’infanzia e le attività in presenza nelle scuole, attività scolastiche e di formazione superiore, corsi professionali e master. Sospensione di riunioni degli organi collegiali in presenza. Si segnala che il divieto viene esteso, quindi, fino al 3 aprile

i) luoghi di culto aperti purché vengano adottate misure atte ad evitare assembramenti. Sospese tutte le cerimonie civili e religiose;

l) chiusura di musei e luoghi della cultura;

m) sospensione dei concorsi, tranne le selezioni via telematiche e quelle per personale sanitario;

n) bar e ristoranti potranno operare dalle 6,00 alle 18,00;

o) le attività commerciali sono permesse purchè il gestore garantisca un sistema idoneo a evitare assembramenti di persone e per evitare distanze inferiori a 1 metro tra clienti. Le possibilità possono essere:

  1. informazione all’ingresso sul divieto di mantenere una distanza inferiore a 1 metro;
  2. controllo degli accessi con operatore dotato di contapersone o accesso condizionato all’uscita di altre persone. In questo caso, però, sarà necessario evitare che le persone stiano troppo vicine in coda;
  3. segnaletica orizzontale con strisce distanti un metro nella zona delle casse dove è maggiormente presente il rischio di assembramento;

ATTENZIONE: qualora l’esercizio pubblico non sia in grado di attuare le misure per evitare assembramenti per carenza di personale o motivi strutturali, questo dovrà chiudere.

p) sospensione dei congedi per il personale sanitario;

q) adottare, quando possibile, lo svolgimento di riunioni in collegamento remoto e, comunque, evitando che i partecipanti in presenza si trovino a meno di 1 metro l’uno dall’altro;

r) chiusura nei fine settimana dei negozi all’interno dei centri commerciali fatto salvo, negli altri giorni, il rispetto della lettera o. Sono escluse dalla chiusura: farmacie, parafarmacie, vendita di generi alimentari fatto salvo il rispetto di quanto previsto alla lettera o;

s) sospensione di palestre, centri sportivi, piscine, centri benessere e termali, centri culturali, centri sociali e ricreativi;

t) sospensione degli esami per la patente con sospensione delle scadenze.

 

Desideriamo promuovere presso tutti i nostri clienti un comportamento responsabile in questo momento di assoluta eccezionalità.

Tutti i nostri tecnici sono al lavoro per garantirVi le informazioni necessarie rimanendo disponibili per consulenze a distanza.

 

 

Informativa per lo Smart Working

Il D.P.C.M. 25/02/2020 ha previsto, all’articolo 2, quanto di seguito:
1. La modalità di lavoro agile […], e’ applicabile in via provvisoria, fino al 15 marzo 2020, per i datori di lavoro aventi sede legale o operativa nelle Regioni Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Veneto e Liguria, e per i lavoratori ivi residenti o domiciliati che svolgano attività lavorativa fuori da tali territori, a ogni rapporto di lavoro subordinato, nel rispetto dei principi dettati dalle menzionate disposizioni, anche in assenza degli accordi individuali ivi previsti. Gli obblighi di informativa di cui all’art. 22 della legge 22 maggio 2017, n. 81, sono assolti in via telematica anche ricorrendo alla documentazione resa disponibile sul sito dell’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro.
 
L’articolo 22 della Legge 22/05/2017, n. 81 prevede
1. Il datore di lavoro garantisce la salute e la sicurezza del lavoratore che svolge la prestazione in modalità di lavoro agile e a tal fine consegna al lavoratore e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione del rapporto di lavoro.
2. Il lavoratore e’ tenuto a cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione predisposte dal datore di lavoro per fronteggiare i rischi connessi all’esecuzione della prestazione all’esterno dei locali aziendali.
 
L’Inail ha messo a disposizione delle aziende un documento in Word per facilitare l’emissione di questa informativa, in questo momento di cambiamenti repentini.
 
https://www.inail.it/cs/internet/docs/avviso-coronavirus-informativa-allegato-1.docx

Pubblicate le “linee di indirizzo per la prevenzione della diffusione della legionella”

La Consulta Interassociativa Italiana per la Prevenzione ha pubblicato il documento “Linee di indirizzo per la prevenzione della diffusione della legionella”.

Il documento analizza i principali ambiti di rischio legate alla diffusione del batterio quali:

  • Modalità di trasmissione;
  • Sorgenti di infezione;
  • Luoghi e occasioni di infezione;
  • Fattori di rischio ambientali;
  • Fattori di rischio personali.

I casi di Legionellosi sono aumentati del 25% negli ultimi 3 anni, aumento che viene imputato alla migliore diagnosi, più che ad un vero e proprio aumento dei casi di infezione; prova ne è che sono rimasti stabili i casi nosocomiali e quelli legati ai viaggi, oggetto da sempre di controlli specifici.

I lavoratori potenzialmente esposti sono:

  • Lavoratori delle strutture sanitarie;
  • Addetti alla manutenzione dei sistemi di condizionamento dell’aria;
  • Addetti alla manutenzione dei sistemi di forniture d’acqua in piscine;
  • Dentisti;
  • Addetti ai servizi di autolavaggio;
  • Addetti al trattamento delle acque di scarico;
  • Personale ferroviario;
  • Addetti alla manutenzione dei treni.

Si ribadisce che sono fattori di rischio le torri evaporative e dei condensatori.

Vengono, quindi analizzate le criticità legate ad alcune tipologie di impianti e le misure da adottare al fine del contenimento del rischio:

  • Sistemi di umidificazione;
  • Reti e impianti ad acqua potabile fredda e calda.

Analizziamo le condizioni di rischio legate proprio a quest’ultimo impianto, presente in tutte le aziende:

  • Serbatoi di acqua fredda non adeguatamente isolati termicamente o dove vi è una miscelazione con acqua calda: qui la temperatura può superare i 20 °C e permettere il proliferare del batterio;
  • Ristagno di acqua: evitare rami morti dove l’acqua, ristagnando a temperature superiori a 20 °C, può permettere il proliferare della Legionella;
  • Corrosione, incrostazioni, depositi: possono indurre ristagni localizzati. Il materiale migliore per le tubazioni risulta essere il PVC che non è soggetto a corrosione ed è un buon isolante termico;
  • Invecchiamento dei sistemi di controllo dell’acqua.

Vengono, quindi proposte delle soluzioni per ridurre i rischi di proliferazione della legionella:

generatore termico, utilizzato per produrre vapore negli umidificatori o acqua calda nei sistemi a

produzione istantanea e semi-istantanea deve:

– essere in grado di mantenere una temperatura di 60 °C in condizioni di esercizio normali, compresi i picchi di domanda;

– essere dotato alla sua base di una valvola che permetta lo svuotamento rapido in caso di necessita;

– se viene tenuto in standby o e inutilizzato per piu di 7 giorni, può essere rimesso in attività solo dopo aver portato l’acqua a una temperatura superiore a 60 °C per un’ora;

 

serbatoio di stoccaggio: e necessario che:

– le temperature all’interno del serbatoio siano ragionevolmente uniformi, senza stratificazione: questo risultato si può ottenere utilizzando una pompa di circolazione che elimini la possibilità di stratificazione all’interno del serbatoio di accumulo e isolando adeguatamente l’involucro del serbatoio;

– il serbatoio deve essere in grado di riscaldare l’acqua fino a 70 °C, al fine di avere la capacità di adottare il trattamento di pastorizzazione, nei periodi di inattività;

– devono essere predisposti punti di prelievo, di scarico e per la pulizia.

– deve essere previsto un accesso o una valvola di scarico di dimensioni adeguate, quest’ultima nel punto piu basso, per evacuare eventuali fanghi presenti all’interno del serbatoio di accumulo;

il rischio potenziale associato alla tubazione di ricircolo durante lo spurgo può essere evitato con una valvola di non ritorno o con una pompa nella parte adiacente alla caldaia;

– per raggiungere le temperature predefinite ai terminali si deve calcolare l’estensione della rete di distribuzione, la temperatura effettiva di stoccaggio, il calo di temperatura attraverso l’acqua del circuito secondario, la perdita di calore dalle tubazioni e dal profilo della domanda di acqua dalla rete di distribuzione: deve essere progettata tenendo presente che:

– vanno evitate linee morte e lunghi tratti in cui l’acqua scorre solo occasionalmente per evitare ristagni di acqua;

– al fine di mantenere le temperature di progetto nelle reti di distribuzione e di minimizzare gli sprechi di acqua, bisogna isolare termicamente sia la rete di distribuzione dell’acqua calda sanitaria sia quella di ricircolo e va prevista una pompa di ricircolo. Nel caso di presenza di due pompe, queste devono essere azionate alternativamente ogni 12-24 ore per ridurre al minimo il ristagno dell’acqua quando la richiesta di acqua e bassa;

terminali: per garantire valori di temperatura tali da evitare scottature alle persone:

– vanno attentamente calcolate la portata nella rete di distribuzione, la temperatura reale di stoccaggio, la caduta di temperatura nel circuito secondario, gli scambi termici lungo la tubazione e il profilo di richiesta dell’acqua;

– i terminali utilizzati raramente vanno eliminati quando possibile; in alternativa, vanno svuotati frequentemente. Nel caso di eliminazione, le tubazioni associate non devono essere semplicemente chiuse, ma rimosse e tagliate nel punto di origine;

– in alternativa all’utilizzo sia della pompa sia della tubazione di ricircolo, si può prevedere l’installazione di un riscaldamento elettrico posto tra l’isolamento termico e la tubazione (anche se questa soluzione e molto raro per necessita di elevata potenza assorbita);

– ciascun rubinetto deve essere identificato da un codice numerico e il primo e l’ultimo rubinetto del circuito devono costituire i riferimenti per verificare se il circuito soddisfa le richieste;

– andamento della temperatura: l’acqua va stoccata a 60 °C e distribuita in modo tale che la temperatura ai terminali raggiunga 50 °C dopo 1 minuto dall’apertura degli erogatori. A questo scopo puo essere utile verificare l’efficacia dell’isolamento termico misurando la temperatura dell’acqua nella rete di distribuzione non in funzione, ovvero in assenza di una richiesta di acqua calda sanitaria. Le temperature che si hanno durante il funzionamento devono essere registrate nel registro di manutenzione;

 

manutenzione: e una operazione essenziale per evitare il rischio da legionella; deve prevedere:

– l’ispezione dei punti di erogazione terminale ad acqua calda, che sono collegati al sistema centrale; ciò e particolarmente importante per i terminali poco utilizzati;

– le operazioni di pulizia, disincrostazione delle pareti e rimozione dei fanghi della caldaia; queste operazioni devono essere ripetute almeno annualmente. I terminali delle docce, cosi come i rubinetti e i relativi rompigetto, le bocchette delle vasche di idromassaggio, devono essere smontati, disinfettati e puliti con frequenza sufficiente ad assicurare una crescita trascurabile dei depositi;

– interventi sulle valvole termostatiche, che devono essere mantenute in condizioni di conformità

e di rispetto delle indicazioni dei fornitori;

– verifica del valore della temperatura di ricircolo e di quella di mandata, che deve essere eseguita mensilmente; la temperatura non deve essere inferiore a 60 °C;

– applicazione di trattamenti chimici laddove c’è il rischio della formazione di biofilm; in alternativa e possibile mettere in circolazione nella rete additivi speciali che agiscano come deemulsionanti e passivanti per le superfici metalliche;

– materiali: vanno scelti materiali a basso rischio da legionella, quali rame, argento e acciaio.

 

Quali requisiti deve possedere l’azienda a cui affidiamo la manutenzione del verde?

La manutenzione del verde è un servizio molto spesso affidato a soggetti esterni. Questo, però determina che l’impresa che riceve l’incarico debba possedere specifici requisiti di legge, in base all’articolo 12 della Legge 154/2016.

L’articolo 12 della Legge 154/2016 prevede:

  1. L’attività di costruzione, sistemazione e manutenzione del verde pubblico o privato affi data a terzi può essere esercitata:
  1. a) dagli iscritti al Registro uffi ciale dei produttori, di cui all’articolo 20, comma 1, lettere a) e c) , del decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 214;
  1. b) da imprese agricole, artigiane, industriali o in forma cooperativa, iscritte al registro delle imprese, che abbiano conseguito un attestato di idoneità che accerti il possesso di adeguate competenze.
  2. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano disciplinano le modalità per l’effettuazione dei corsi di formazione ai fi ni dell’ottenimento dell’attestato di cui al comma 1, lettera b) .

 

Quanto previsto al comma 2, ha trovato attuazione nell’Accordo Stato Regioni del 22/02/2018 che definisce lo standard professionale e formativo del manutentore del verde.

L’accordo prevede un corso specifico per il titolare d’impresa o preposto facente parte dell’impresa. Il corso può essere erogato dalle Regioni o dalle Province autonome o da enti di formazione accreditati o autorizzati in base alle disposizioni di ciascuna Regione o Provincia autonoma. Viene lasciato alle Regioni identificare i requisiti dei docenti.

Per poter frequentare il corso, il singolo discente deve possedere il diploma di scuola media superiore e la maggiore età, fatto salvo che sia in possesso di qualifica professionale triennale.

Per gli stranieri è prevista la verifica della comprensione della lingua prima dell’inizio del percorso.

L’Accordo, al punto 7, riporta una serie di condizioni che possono esonerare completamente dal dover frequentare il corso o ridurne il numero di ore.

Questo determina che il committente, in fase di affidamento di incarico di manutenzione del verde ad una impresa, dovrà verificare che il titolare o un preposto, siano in possesso dell’attestato di qualifica professionale.

Per facilitare questa operazione, AimSafe ha inserito, tra i documenti obbligatori per l’appalto “Giardiniere” il possesso della qualifica, come documento richiesto.

Comunicazione all’INAIL del soggetto incaricato delle verifiche dell’impianto di messa a terra

La legge 162/2019, specificatamente all’articolo 36, riporta quanto segue:
“Art. 36. Informatizzazione INAIL
1. Al decreto del Presidente della Repubblica 22 otto-bre 2001, n. 462, dopo l’articolo 7 è aggiunto il seguente:
«Art. 7 -bis (Banca dati informatizzata, comunica-zione all’INAIL e tariffe)
1. Per digitalizzare la trasmissione dei dati delle verifiche, l’INAIL predispone la banca dati informatizzata delle verifiche.
2. Il datore di lavoro comunica tempestivamente all’INAIL, per via informatica, il nominativo dell’organismo che ha incaricato di effettuare le verifiche di cui all’articolo 4, comma 1, e all’articolo 6, comma 1.
3. Per le verifiche di cui all’articolo 4, comma 1, e all’articolo 6, comma 1, l’organismo che è stato incaricato della verifica dal datore di lavoro corrisponde all’INAIL una quota, pari al 5 per cento della tariffa definita dal decreto di cui al comma 4, destinata a coprire i costi legati alla gestione ed al mantenimento della banca dati informatizzata delle verifiche.
4. Le tariffe per gli obblighi di cui all’articolo 4, comma 4, e all’articolo 6, comma 4, applicate dall’organismo che è stato incaricato della verifica dal datore di lavoro, sono individuate dal decreto del presidente dell’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (ISPESL) 7 luglio 2005, pubblicato sul supplemento ordinario n. 125 alla Gazzetta Ufficiale n. 165 del 18 luglio 2005, e successive modificazioni.».”
Da questo intervento normativo, discendono due modifiche sostanziali:
1) Il costo delle verifiche di messa a terra sarà uguale per tutti, quindi non esisterà più la possibilità di trovare tariffe completamente diverse una dall’altra;
2) Il datore di lavoro deve comunicare, telematicamente, all’INAIL il soggetto che ha deciso di incaricare per le verifiche di messa a terra.
In sostanza, ci troviamo di fronte ad una omogeneizzazione del processo con quello che già succede per le attrezzature.
In attesa dell’implementazione del CIVA, il portale dell’INAIL per le denuncia di impianti e attrezzature, si ritiene di dover procedere alla comunicazione mezzo PEC, fax o raccomandata con ricevuta di ritorno, utilizzando la modulistica già presente sul sito dell’INAIL stessa e scaricabile gratuitamente a questo indirizzo e allegata alla presente news:
https://www.inail.it/cs/internet/docs/all-impianti-messi-a-terra-mod-comunicazione.pdf%3Fsection=atti-e-documenti

Vi terremo aggiornato qualora emergessero altre novità in merito o inevitabili chiarimenti e circolari applicative.

Interpello 1/2020: niente sanzioni per il datore di lavoro che usa un’attrezzatura senza formazione

Il D.Lgs. 151/2015 aveva modificato, all’interno del Titolo III del D.Lgs. 81/2008, la definizione di “operatore” in questo modo:
l) all’articolo 69, comma 1, lettera e), dopo le parole: «il lavoratore incaricato dell’uso di una attrezzatura di lavoro» sono inserite le seguenti: «o il datore di lavoro che ne fa uso»
Pertanto, era stato introdotto l’obbligo di formazione sull’uso delle attrezzature di lavoro specifiche anche il datore di lavoro.
L’interpello, però, pone l’attenzione su un tema: la modifica non ha interessato i successivi articoli che continuano a fare riferimento al “lavoratore” e non all'”operatore”.
Ne consegue che, sebbene anche per il datore di lavoro rimanga il divieto di utilizzo delle attrezzature di cui all’Accordo Stato Regioni del 22/02/2012, richiamate dall’articolo 73 comma 5 dove si parla effettivamente di “operatori”, non essendo quel punto sanzionato, non è possibile applicare altri requisiti presenti negli articoli dove, invece, si richiama ancora il termine di “lavoratore”.

La verifica di adeguatezza degli otoprotettori

Il rumore è una sorgente di rischio caratterizzata da diversi parametri che la rendono particolarmente complessa da analizzare e gestire. Analogamente, il processo di verifica di adeguatezza degli otoprotettori scelti, richiede di tenere in debita considerazione questi elementi.

La verifica di adeguatezza è un obbligo normativo

La verifica di adeguatezza degli otoprotettori viene richiamata già a livello normativo. L’articolo 190 comma 1 lettera l, infatti, prevede quanto segue:

“1. Nell’ambito di quanto previsto dall’articolo 181, il datore di lavoro valuta l’esposizione dei lavoratori al rumore durante il lavoro prendendo in considerazione in particolare:

l) la disponibilità di dispositivi di protezione dell’udito con adeguate caratteristiche di attenuazione.”

L’articolo 193 comma 2 D.Lgs. 81/2008 precisa che:

“2. Il datore di lavoro tiene conto dell’attenuazione prodotta dai dispositivi di protezione individuale dell’udito indossati dal lavoratore solo ai fini di valutare l’efficienza dei DPI uditivi e il rispetto del valore limite di esposizione. I mezzi individuali di protezione dell’udito sono considerati adeguati ai fini delle presenti norme se, correttamente usati, e comunque rispettano le prestazioni richieste dalle normative tecniche.”

La mancata verifica di adeguatezza degli otoprotettori, all’interno della valutazione del rischio specifico, può determinare sanzioni pari all’arresto da tre a sei mesi o ammenda da 3.071,27 a 7.862,44 euro. Tuttavia, il rischio maggiore per il datore di lavoro è di sottostimare un rischio, considerando come adeguati dei DPI che non lo sono, e ritrovarsi con malattie professionali per le quali, il mancato rispetto di una norma vigente, determini una responsabilità oggettiva con rivalsa da parte dell’INAIL per le somme corrisposte al lavoratore, oltre al procedimento penale per lesioni colpose aggravate, che rientra tra i reati previsti dal D.Lgs. 231/01, per cui è prevista anche la responsabilità organizzativa dell’ente.
Come si effettua la verifica di adeguatezza degli otoprotettori

L’articolo 190 comma 3 prevede che:

“3. I metodi e le strumentazioni utilizzati devono essere adeguati alle caratteristiche del rumore da misurare, alla durata dell’esposizione e ai fattori ambientali secondo le indicazioni delle norme tecniche. I metodi utilizzati possono includere la campionatura, purché sia rappresentativa dell’esposizione del lavoratore.”

Ricordiamo che il D.Lgs. 81/08 riserva alle norme tecniche un ruolo specifico e non obbligatorio (art. 2 comma 1 lettera u):

“u) «norma tecnica»: specifica tecnica, approvata e pubblicata da un’organizzazione internazionale, da un organismo europeo o da un organismo nazionale di normalizzazione, la cui osservanza non sia obbligatoria;”

Tuttavia, il rispetto delle norme tecniche determina la c.d. “presunzione di conformità” che, in ambiti molto complessi, è un elemento molto importante nell’ottica della tutela del lavoro del professionista.

Le norme tecniche di riferimento, per la valutazione del rischio rumore, sono:

UNI EN ISO 9612:2011

UNI 9432:2011

Tuttavia, solo la 9432 riporta, all’Appendice C, come valutare l’adeguatezza degli otoprotettori.

Sono previsti 3 metodi, sarebbero 4 ma un metodo viene specificatamente sconsigliato dalla norma, per valutare l’attenuazione degli otoprotettori, tutti atti a determinare il c.d. L’Aeq, ovvero il livello equivalente calcolato tenendo conto dell’attenuazione prodotta dagli otoprotettori:

Metodo SNR

E’ quello più semplice ma meno preciso. In sostanza, si misura, oltre al LAeq, anche il LCeq. A quest’ultimo, verrà sottratto il valore di SNR riportato dal produttore dell’otoprotettore, per derivare il L’Aeq, ovvero il valore attenuato, tenendo conto dell’attenuazione reale applicando il parametro:

β = 0,75 per le cuffie

β = 0,5 per gli inserti espandibili

β = 0,3 per gli inserti preformati

Metodo HML

In questo caso, il produttore fornisce 2 valori di attenuazione, considerando la distribuzione sulle bande d’ottava della capacità di protezione. In base alla differenza tra il LAeq e LCeq, si sceglierà il valore da utilizzare. E’ leggermente più preciso dell’SNR.

Metodo a bande d’ottava (metodo consigliato dalla norma)

Per poter applicare questo metodo, è necessario che il fonometro sia dotato di filtro a bande d’ottava, ovvero che sia in grado di registrare anche i valori per singola banda d’ottava di frequenza. Con questo metodo, si andrà ad abbattere per singola banda d’ottava, il valore misurato utilizzando i dati forniti dal produttore dell’otoprotettore.

L’attenuazione per ogni banda d’ottava sarà data da

APVf = Mf – fc x sf

APVf è l’attenuazione ottimale presunta

Mf è l’attenuazione riportata dal produttore per singola banda

sf è lo scarto delle attenuazioni misurate. Dato fornito dal produttore degli otoprotettori

fc è un valore che estende lo scarto per ottenere la maggiore protezione dei lavoratori: fc = 1 84% della popolazione, fc = 1,65 95% della popolazione, fc = 2 98% della popolazione. La norma consiglia l’uso del valore 1,65 o 2. Applicando il coefficiente di 2 si ha una protezione maggiore della popolazione.

Determinato il valore di APVf per ogni banda d’ottava, in base alle indicazioni date dal produttore, sarà sufficiente dedurre questo valore da quello per singola banda d’otteva:

L’eq,f = Leq,f – β * APVf

Dove β è un parametro correttivo, denominato correzione dell’attenuazione reale, atto a tenere conto delle difficoltà di utilizzo delle singole tipologie di otoprotettore:

β = 0,75 per le cuffie

β = 0,5 per gli inserti espandibili

β = 0,3 per gli inserti preformati

Questi valori possono esser aumentati mediante:

a. addestramento dei lavoratori molto accurato e ripetuto frequentemente;

b. controllo rigoroso circa il corretto uso dei dispositivi di protezione auricolare loro affidati;

c. predisposizione e attuazione di specifiche procedure, in merito alla conservazione dei dispositivi di protezione auricolare e alla loro sostituzione al fine di garantire nel periodo di uso l’efficienza originaria.

Il metodo OBM, quindi, è estremamente preciso in quanto è in grado di discriminare i rumore che hanno una distribuzione particolare. Considerate che gli otoprotettori vanno ad attenuare le bande d’ottava più alte che sono anche quelle ritenute più pericolose per la salute. In presenza di un rumore basso, il metodo SNR potrebbe sovrastimare l’efficacia dell’otoprotettore.
Come verificare l’efficacia degli otoprotettori su AimSafe

Per poter effettuare la verifica di adeguatezza degli otoprotettori, è necessario inserire, nella maschera di caricamento dei valori misurati, anche i valori di LCeq, se si applica il metodo SNR, o i valori alle diverse bande di ottava.

Fatto questo, dovremo andare a verificare se gli otoprotettori che utilizziamo sono già presenti in banca dati, altrimenti, dovremmo aggiungerli al catalogo “otoprottetori”.

Fatta questa verifica, in fase di assegnazione dei tempi di esposizione al singolo compito, sarà sufficiente indicare anche l’otoprotettore utilizzato in quella situazione specifica.

Già da questa schermata, potremo valutare l’adeguatezza dell’otoprotettore in base al valore di LAeq,DPI.

Se il valore è maggiore di 80, l’attenuazione è insufficiente

Se compresa tra 75 e 80 o tra 65 e 70, è accetabile

Se compresa tra 70 e 75 è buona

Se inferiore a 65, ci troviamo in una condizione di iperprotezione. Questa condizione può essere comunque ritenuta accettabile previa verifica dell’assenza di controindicazioni legate all’ascolto di segnali acustici di pericolo, allarmi o particolari sensazioni di isolamento manifestate dal lavoratore.

All’interno dei report generati da AimSafe per essere inseriti come allegato alla valutazione del rischio rumore, vi sono due report denominati:
Tabelle di calcolo dell’attenuazione (bande d’ottava)
Tabelle di calcolo dell’attenuazione (SNR)
 
 

Come valutare il rischio rumore per gli operatori dei call center

Siamo abituati ed effettuare valutazioni del rumore soprattutto in situazioni dove l’esposizione è determinata da sorgenti quali attrezzature, impianti, sorgenti multiple che vanno a concorrere al c.d. rumore ambientale.

Tuttavia, esistono situazioni dove l’esposizione è determinata in condizioni meno standard e, come tale, deve essere valutata adottando strumenti non così comuni.

Nel caso di operatori di call center, l’esposizione al rumore del singolo operatore è dato da due componenti:

1) rumore ambientale, dovuto principalmente al vociare delle altre persone con cui l’operatore condivide la stanza, che spesso è un open space con ampie metrature e un elevato numero di operatori presenti;

2) rumore generato dalla cuffia che si trova a distanza molto ridotta rispetto alle sorgenti tradizionali e, soprattutto, in un contesto molto angusto dove, quindi, le condizioni acustiche sono molto differenti.

Sebbene la valutazione vera e propria venga, comunque, effettuata utilizzando la UNI EN ISO 9612:2011 combinata con la UNI 9432:2011, le modalità e la strumentazione per misurare l’emissione sonora, varia completamente. Per poter capire come procedere, è stata emessa, ormai nel 2012, la UNI/TR 11450, ovvero un Technical Report, una sorta di linea guida, volta a dare, agli operatori del settore, le informazioni utili alla misurazione del rumore nei casi in cui le sorgenti sonore sono prossime all’orecchio, quindi in condizioni che non permettono all’orecchio di essere esposto, in sostanza, a onde piane.

Il Technical Report specifica, molto bene, come le indicazioni, che verranno date, hanno l’obiettivo di:

1) misurare il livello di rumore da sorgenti tali che non permettono la misurazione con strumentazione normale;

2) convertire il valore misurato, tenendo conto della distanza dall’orecchio e dalla ridotta dimensione dell’area in cui viene emesso il rumore direttamente, in valore confrontabile con quanto viene misurato normalmente nel definire l’esposizione dei lavoratori al rumore.

Vengono proposte tre tecniche:

a. Metodo MIRE (UNI EN ISO 11904-1) che prevede l’uso di un microfono in miniatura che viene inserito all’interno del condotto uditivo dell’operatore;

b. Metodo del manichino (UNI EN ISO 11904-2) dove una cuffia, sdoppiata rispetto a quella indossata contemporaneamente dall’operatore, viene posta su un manichino dotato di recettori acustici.

c. Metodo Elettroacustico (ETSI EG 202 518) che determina il livello e le caratteristiche del rumore dai valori elettrici di cuffia e microfono.

Approfondiremo, ora, solo la tecnica MIRE che, per dimensione della strumentazione, risulta la più facile da utilizzare in contesti esterni a laboratori di prova.
Valutazione del rumore con metodo MIRE

Il metodo MIRE si basa sull’uso di un microfono in miniatura a cui viene collegato una sonda che andrà ad inserirsi all’interno del canale uditivo.

La prima indicazione, data dalla ISO/TR 11450, è che il soggetto della misura deve essere volontario, in quanto la misura prevede l’inserimento della sonda. Si consiglia di spiegare all’operatore il funzionamento dello strumento e le misure igieniche adottate, che vedremo fra poco.


Lo strumento più utilizzato è del tipo con microfono esterno e sonda interna (la parte gialla). Questa viene protetta con un cilindro di silicone monouso, al fine di garantire l’igiene nel misurare diversi operatori. E’ necessaria grande attenzione nell’inserimento della sonda al fine di evitare possibili lesioni alla cavità, sebbene, proprio il cilindro di silicone che è morbido e liscio, riduca sensibilmente questo rischio. La lunghezza della sonda, inoltre, è date da impedire il contatto con il timpano.

Le cuffie sul mercato sono di due tipi: monoaurali e biaurali. Nel primo caso, la misura riguarderà un solo orecchio mentre, nel secondo caso, la misura andrà fatta da entrambi i lati a meno che si tratti di cuffie mono.

La durata della misura non deve essere inferiore a 15 minuti e un numero minimo di 5 telefonate, al fine di rilevare diverse tipologie di interlocutore e le pause tra una telefonata e la successiva, utilizzata per la registrazione dei dati relativi alla chiamata appena terminata.

Una volta rilevato il valore convertito, questo andrà utilizzato, nel rispetto della UNI EN ISO 9612 e UNI 9432, per determinare il livello di esposizione giornaliero o settimanale.
Misure di riduzione del rischio

Se, dalle misure effettaute, dovesse emergere un valore di esposizione giornaliera superiore a 85 dB(A), si deve procedere alla riduzione del rischio, che può verificarsi adottando queste misure:

1) acquisto di cuffie autolimitanti;

2) interventi sulla dispersione del rumore quali.

a. barriere tra le postazioni;

c. buffer a soffitto;

d. controsoffittatura in materiale fono assorbente;

e. pareti perimetrali in materiale fono assorbente;

f. inserimento di pause tra una telefonata e l’altra.

Congedo di maternità dopo la nascita del bambino: una circolare INPS specifica le modalità

La legge 145/2018 “Legge Finanziaria” ha introdotto, dal 1 gennaio 2019, la possibilità di usufruire del congedo di maternità dopo la nascita del bambino invece di usufruire dei due mesi antecedenti la data presunta di nascita e i tre mesi successivi alla data di nascita.
La Circolare INPS del 12 dicembre 2019 riporta utili indicazioni alla gestione di questi casi. Vediamo come questa nuova possibilità impatta sulla valutazione dei rischi.

La legge 145/2018 all’articolo 485.
“All’articolo 16 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, dopo il comma 1 è inserito il seguente:
« 1.1. In alternativa a quanto disposto dal comma 1, è riconosciuta alle lavoratrici la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro ».

A seguito di questa modifica, l’articolo 16 diventa:
Art. 16
Divieto di adibire al lavoro le donne(legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 4, comma 1 e 4)1.
E’ vietato adibire al lavoro le donne:
a) durante i due mesi precedenti la data presunta del parto, salvo quanto previsto all’articolo 20;
b) ove il parto avvenga oltre tale data, per il periodo intercorrente tra la data presunta e la data effettiva del parto;
c) durante i tre mesi dopo il parto, salvo quanto previsto all’articolo 20;
d) durante i giorni non goduti prima del parto, qualora il parto avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta. Tali giorni si aggiungono al periodo di congedo di maternità dopo il parto, anche qualora la somma dei periodi di cui alle lettere a) e c) superi il limite complessivo di cinque mesi.
1.1. In alternativa a quanto disposto dal comma 1, è riconosciuta alle lavoratrici la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro.
1-bis. Nel caso di interruzione spontanea o terapeutica della gravidanza successiva al 180° giorno dall’inizio della gestazione, nonchè in caso di decesso del bambino alla nascita o durante il congedo di maternità, le lavoratrici hanno facoltà di riprendere in qualunque momento l’attività lavorativa, con un preavviso di dieci giorni al datore di lavoro, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla loro salute.

Si realizzano queste ipotesi:
1) Mansione vietata durante la gravidanza (articolo 7): in questo caso la lavoratrice dovrà essere spostata ad altra mansione o, se questo non fosse possibile, dovrà essere richiesta l’astensione anticipata;
2) Mansione che risultano “gravosi o pregiudizievoli” (articolo 16-bis comma 1): in questo caso, l’astensione obbligatoria sarà anticipata al terzo mese prima del parto;
3) Mansioni che non risultano vietate (artt. 11 e 12): in questi casi, si procede alla valutazione dei rischi di cui all’allegato C. All’interno di queste, possono ricadere le eventuali richieste di posticipare il periodo di astensione fino alla data del parto. In questo caso, si rende necessario richiedere certificato che tale scelta non presenti rischi per la gestante e il nascituro.
Per la casistica riportata al punto 2 e 3, si rende necessario procedere alla valutazione dei rischi considerando gli elementi di cui all’allegato C anche tenendo in considerazione i diversi periodi della gravidanza che potrebbero presentare condizioni di suscettibilità diversa da un periodo all’altro anche al fine di graduare le misure di contenimento necessarie.

Responsabilità solidale del committente. Il DURC è veramente efficace?

L’articolo 29 comma 2 della c.d. Legge Biagi (D.Lgs. 276/03) e l’articolo 26 comma 4 del D.Lgs. 81/2008, delineano la responsabilità solidale del committente relativamente ai contributi previdenziali e assicurativi dovuti dall’impresa appaltatrice.
Per evitare questa responsabilità, il DURC è veramente efficace?

L’articolo 29 comma 2 D.Lgs. 276/03, così come modificato dal prevede che:
“2. n caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l’appaltatore, nonchè con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, nonchè i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto, restando escluso qualsiasi obbligo per le sanzioni civili di cui risponde solo il responsabile dell’inadempimento. Il committente che ha eseguito il pagamento è tenuto, ove previsto, ad assolvere gli obblighi del sostituto d’imposta ai sensi delle disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e può esercitare l’azione di regresso nei confronti del coobbligato secondo le regole generali”
Questo articolo, quindi, prevede che, qualora il datore di lavoro appaltatore non abbia corrisposto ai propri dipendenti lo stipendio o non abbia versato i relativi contributi, il lavoratore o l’istituto potranno chiedere il versamento di quanto dovuto al committente che ha affidato all’impresa l’appalto.

L’articolo 26 comma 4 del D.Lgs. 81/2008, invece, prevede quanto segue:
“4. Ferme restando le disposizioni di legge vigenti in materia di responsabilità solidale per il mancato pagamento delle retribuzioni e dei contributi previdenziali e assicurativi, l’imprenditore committente risponde in solido con l’appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori, per tutti i danni per i quali il lavoratore, dipendente dall’appaltatore o dal subappaltatore, non risulti indennizzato ad opera dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) o dell’Istituto di previdenza per il settore marittimo (IPSEMA). Le disposizioni del presente comma non si applicano ai danni conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.”
In questo caso, si configura la situazione in cui il lavoratore può richiedere il risarcimento dei danni, a seguito di infortunio, sia al proprio datore di lavoro che ai datori di lavoro della catena di affidamento degli appalti fino al committente. La richiesta, chiaramente, non può riferirsi a somme già indennizzate dall’INAIL.

Questi due elementi normativi vanno a delineare la c.d. responsabilità solidale del committente che, spesso, viene gestita con la richiesta all’appaltatore del DURC.
Il DURC, acronimo di Documento Unico di Regolarità Contributiva, è un’attestazione rilasciata dagli enti coinvolti (Inail, Inps ed eventualmente Cassa Edile) riportante lo stato di pagamento di quanto dovuto. Il risultato del DURC può essere “REGOLARE” o “NON REGOLARE” qualora permangano delle pendenze verso uno o più degli istituti. Questa attestazione ha una validità di 90 giorni.
Ma il DURC è veramente un documento esaustivo rispetto a quanto previsto dai precedenti articoli?
Sicuramente no, per questi motivi:
1) il DURC non dà indicazioni in merito al pagamento degli stipendi ai lavoratori;
2) il DURC riporta lo stato dei pagamenti relativamente ai lavoratori regolarmente in forza in azienda. Potrei avere 5 lavoratori assunti per i quali pago regolarmente i contributi e altri 5 lavoratori in nero non dichiarata da nessuna parte. Il DURC, in questo caso, sarà “REGOLARE”;
3) il DURC indica l’effettiva regolarità dei pagamenti da parte dell’appaltatore di quanto dovuto all’INAIL, ma non impedisce al lavoratore di chiedere ulteriori risarcimenti anche in caso di rifiuto di pagamento da parte dell’INAIL.

Ne consegue che, una reale copertura dai rischi per il committente, richiede ulteriori richieste o verifiche da fare sia in occasione della verifica di idoneità tecnico professionale, sia in occasione dei pagamenti delle fatture nel corso dello svolgimento dell’appalto:
1) richiesta di una polizza assicurativa che copra anche dai danni non direttamente indennizzati dall’INAIL e avvenuti a danno dei propri lavoratori o di lavoratori di altre imprese;
2) copia del LUL dal quale derivare il personale in forza e controllo degli accessi per impedire l’ingresso a lavoratori non presenti in quell’elenco;
2) richiesta di fideiussione atta a coprire, per due anni dalla fine dell’appalto, da eventuali richieste risarcitorie ricevute dal committente;
3) richiesta di copia dei bonifici fatti ai lavoratori a saldo del compenso.
Come si vede, la responsabilità solidale del committente determina un complesso sistema di controllo su tutti gli appaltatori che va ad incidere anche in maniera significativa sul lavoro dei servizi deputati.

Per questo, AimSafe ha realizzato un modulo specifico per la gestione degli appalti, volto ad automatizzare queste attività di controllo riducendo le incombenze per l’RSPP o gli altri servizi preposti al controllo degli appalti.
Impostate le richieste documentali relativamente all’azienda e al singolo lavoratore, sarà AimSafe a richiedere la fornitura dei documenti e a segnalare all’appaltatore le scadenze. Grazie al controllo accessi, la reception potrà verificare in ogni istante chi ha i requisiti per entrare e chi no.
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