Archivi autore: Ing. Fabio Rosito

Informazioni su Ing. Fabio Rosito

Dal 2003 mi occupo di sicurezza sul lavoro, prima come dipendente in aziende di consulenze, poi come libero professionista. La mia attività prevede l'assistenza delle aziende nell'individuare i punti di maggior rischio e nel definire gli interventi di miglioramento necessari. Email: fabio.rosito@sti-consulenze.it Tel. 329/64.12.255

Quali requisiti deve possedere l’azienda a cui affidiamo la manutenzione del verde?

La manutenzione del verde è un servizio molto spesso affidato a soggetti esterni. Questo, però determina che l’impresa che riceve l’incarico debba possedere specifici requisiti di legge, in base all’articolo 12 della Legge 154/2016.

L’articolo 12 della Legge 154/2016 prevede:

  1. L’attività di costruzione, sistemazione e manutenzione del verde pubblico o privato affi data a terzi può essere esercitata:
  1. a) dagli iscritti al Registro uffi ciale dei produttori, di cui all’articolo 20, comma 1, lettere a) e c) , del decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 214;
  1. b) da imprese agricole, artigiane, industriali o in forma cooperativa, iscritte al registro delle imprese, che abbiano conseguito un attestato di idoneità che accerti il possesso di adeguate competenze.
  2. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano disciplinano le modalità per l’effettuazione dei corsi di formazione ai fi ni dell’ottenimento dell’attestato di cui al comma 1, lettera b) .

 

Quanto previsto al comma 2, ha trovato attuazione nell’Accordo Stato Regioni del 22/02/2018 che definisce lo standard professionale e formativo del manutentore del verde.

L’accordo prevede un corso specifico per il titolare d’impresa o preposto facente parte dell’impresa. Il corso può essere erogato dalle Regioni o dalle Province autonome o da enti di formazione accreditati o autorizzati in base alle disposizioni di ciascuna Regione o Provincia autonoma. Viene lasciato alle Regioni identificare i requisiti dei docenti.

Per poter frequentare il corso, il singolo discente deve possedere il diploma di scuola media superiore e la maggiore età, fatto salvo che sia in possesso di qualifica professionale triennale.

Per gli stranieri è prevista la verifica della comprensione della lingua prima dell’inizio del percorso.

L’Accordo, al punto 7, riporta una serie di condizioni che possono esonerare completamente dal dover frequentare il corso o ridurne il numero di ore.

Questo determina che il committente, in fase di affidamento di incarico di manutenzione del verde ad una impresa, dovrà verificare che il titolare o un preposto, siano in possesso dell’attestato di qualifica professionale.

Per facilitare questa operazione, AimSafe ha inserito, tra i documenti obbligatori per l’appalto “Giardiniere” il possesso della qualifica, come documento richiesto.

Comunicazione all’INAIL del soggetto incaricato delle verifiche dell’impianto di messa a terra

La legge 162/2019, specificatamente all’articolo 36, riporta quanto segue:
“Art. 36. Informatizzazione INAIL
1. Al decreto del Presidente della Repubblica 22 otto-bre 2001, n. 462, dopo l’articolo 7 è aggiunto il seguente:
«Art. 7 -bis (Banca dati informatizzata, comunica-zione all’INAIL e tariffe)
1. Per digitalizzare la trasmissione dei dati delle verifiche, l’INAIL predispone la banca dati informatizzata delle verifiche.
2. Il datore di lavoro comunica tempestivamente all’INAIL, per via informatica, il nominativo dell’organismo che ha incaricato di effettuare le verifiche di cui all’articolo 4, comma 1, e all’articolo 6, comma 1.
3. Per le verifiche di cui all’articolo 4, comma 1, e all’articolo 6, comma 1, l’organismo che è stato incaricato della verifica dal datore di lavoro corrisponde all’INAIL una quota, pari al 5 per cento della tariffa definita dal decreto di cui al comma 4, destinata a coprire i costi legati alla gestione ed al mantenimento della banca dati informatizzata delle verifiche.
4. Le tariffe per gli obblighi di cui all’articolo 4, comma 4, e all’articolo 6, comma 4, applicate dall’organismo che è stato incaricato della verifica dal datore di lavoro, sono individuate dal decreto del presidente dell’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (ISPESL) 7 luglio 2005, pubblicato sul supplemento ordinario n. 125 alla Gazzetta Ufficiale n. 165 del 18 luglio 2005, e successive modificazioni.».”
Da questo intervento normativo, discendono due modifiche sostanziali:
1) Il costo delle verifiche di messa a terra sarà uguale per tutti, quindi non esisterà più la possibilità di trovare tariffe completamente diverse una dall’altra;
2) Il datore di lavoro deve comunicare, telematicamente, all’INAIL il soggetto che ha deciso di incaricare per le verifiche di messa a terra.
In sostanza, ci troviamo di fronte ad una omogeneizzazione del processo con quello che già succede per le attrezzature.
In attesa dell’implementazione del CIVA, il portale dell’INAIL per le denuncia di impianti e attrezzature, si ritiene di dover procedere alla comunicazione mezzo PEC, fax o raccomandata con ricevuta di ritorno, utilizzando la modulistica già presente sul sito dell’INAIL stessa e scaricabile gratuitamente a questo indirizzo e allegata alla presente news:
https://www.inail.it/cs/internet/docs/all-impianti-messi-a-terra-mod-comunicazione.pdf%3Fsection=atti-e-documenti

Vi terremo aggiornato qualora emergessero altre novità in merito o inevitabili chiarimenti e circolari applicative.

Interpello 1/2020: niente sanzioni per il datore di lavoro che usa un’attrezzatura senza formazione

Il D.Lgs. 151/2015 aveva modificato, all’interno del Titolo III del D.Lgs. 81/2008, la definizione di “operatore” in questo modo:
l) all’articolo 69, comma 1, lettera e), dopo le parole: «il lavoratore incaricato dell’uso di una attrezzatura di lavoro» sono inserite le seguenti: «o il datore di lavoro che ne fa uso»
Pertanto, era stato introdotto l’obbligo di formazione sull’uso delle attrezzature di lavoro specifiche anche il datore di lavoro.
L’interpello, però, pone l’attenzione su un tema: la modifica non ha interessato i successivi articoli che continuano a fare riferimento al “lavoratore” e non all'”operatore”.
Ne consegue che, sebbene anche per il datore di lavoro rimanga il divieto di utilizzo delle attrezzature di cui all’Accordo Stato Regioni del 22/02/2012, richiamate dall’articolo 73 comma 5 dove si parla effettivamente di “operatori”, non essendo quel punto sanzionato, non è possibile applicare altri requisiti presenti negli articoli dove, invece, si richiama ancora il termine di “lavoratore”.

La verifica di adeguatezza degli otoprotettori

Il rumore è una sorgente di rischio caratterizzata da diversi parametri che la rendono particolarmente complessa da analizzare e gestire. Analogamente, il processo di verifica di adeguatezza degli otoprotettori scelti, richiede di tenere in debita considerazione questi elementi.

La verifica di adeguatezza è un obbligo normativo

La verifica di adeguatezza degli otoprotettori viene richiamata già a livello normativo. L’articolo 190 comma 1 lettera l, infatti, prevede quanto segue:

“1. Nell’ambito di quanto previsto dall’articolo 181, il datore di lavoro valuta l’esposizione dei lavoratori al rumore durante il lavoro prendendo in considerazione in particolare:

l) la disponibilità di dispositivi di protezione dell’udito con adeguate caratteristiche di attenuazione.”

L’articolo 193 comma 2 D.Lgs. 81/2008 precisa che:

“2. Il datore di lavoro tiene conto dell’attenuazione prodotta dai dispositivi di protezione individuale dell’udito indossati dal lavoratore solo ai fini di valutare l’efficienza dei DPI uditivi e il rispetto del valore limite di esposizione. I mezzi individuali di protezione dell’udito sono considerati adeguati ai fini delle presenti norme se, correttamente usati, e comunque rispettano le prestazioni richieste dalle normative tecniche.”

La mancata verifica di adeguatezza degli otoprotettori, all’interno della valutazione del rischio specifico, può determinare sanzioni pari all’arresto da tre a sei mesi o ammenda da 3.071,27 a 7.862,44 euro. Tuttavia, il rischio maggiore per il datore di lavoro è di sottostimare un rischio, considerando come adeguati dei DPI che non lo sono, e ritrovarsi con malattie professionali per le quali, il mancato rispetto di una norma vigente, determini una responsabilità oggettiva con rivalsa da parte dell’INAIL per le somme corrisposte al lavoratore, oltre al procedimento penale per lesioni colpose aggravate, che rientra tra i reati previsti dal D.Lgs. 231/01, per cui è prevista anche la responsabilità organizzativa dell’ente.
Come si effettua la verifica di adeguatezza degli otoprotettori

L’articolo 190 comma 3 prevede che:

“3. I metodi e le strumentazioni utilizzati devono essere adeguati alle caratteristiche del rumore da misurare, alla durata dell’esposizione e ai fattori ambientali secondo le indicazioni delle norme tecniche. I metodi utilizzati possono includere la campionatura, purché sia rappresentativa dell’esposizione del lavoratore.”

Ricordiamo che il D.Lgs. 81/08 riserva alle norme tecniche un ruolo specifico e non obbligatorio (art. 2 comma 1 lettera u):

“u) «norma tecnica»: specifica tecnica, approvata e pubblicata da un’organizzazione internazionale, da un organismo europeo o da un organismo nazionale di normalizzazione, la cui osservanza non sia obbligatoria;”

Tuttavia, il rispetto delle norme tecniche determina la c.d. “presunzione di conformità” che, in ambiti molto complessi, è un elemento molto importante nell’ottica della tutela del lavoro del professionista.

Le norme tecniche di riferimento, per la valutazione del rischio rumore, sono:

UNI EN ISO 9612:2011

UNI 9432:2011

Tuttavia, solo la 9432 riporta, all’Appendice C, come valutare l’adeguatezza degli otoprotettori.

Sono previsti 3 metodi, sarebbero 4 ma un metodo viene specificatamente sconsigliato dalla norma, per valutare l’attenuazione degli otoprotettori, tutti atti a determinare il c.d. L’Aeq, ovvero il livello equivalente calcolato tenendo conto dell’attenuazione prodotta dagli otoprotettori:

Metodo SNR

E’ quello più semplice ma meno preciso. In sostanza, si misura, oltre al LAeq, anche il LCeq. A quest’ultimo, verrà sottratto il valore di SNR riportato dal produttore dell’otoprotettore, per derivare il L’Aeq, ovvero il valore attenuato, tenendo conto dell’attenuazione reale applicando il parametro:

β = 0,75 per le cuffie

β = 0,5 per gli inserti espandibili

β = 0,3 per gli inserti preformati

Metodo HML

In questo caso, il produttore fornisce 2 valori di attenuazione, considerando la distribuzione sulle bande d’ottava della capacità di protezione. In base alla differenza tra il LAeq e LCeq, si sceglierà il valore da utilizzare. E’ leggermente più preciso dell’SNR.

Metodo a bande d’ottava (metodo consigliato dalla norma)

Per poter applicare questo metodo, è necessario che il fonometro sia dotato di filtro a bande d’ottava, ovvero che sia in grado di registrare anche i valori per singola banda d’ottava di frequenza. Con questo metodo, si andrà ad abbattere per singola banda d’ottava, il valore misurato utilizzando i dati forniti dal produttore dell’otoprotettore.

L’attenuazione per ogni banda d’ottava sarà data da

APVf = Mf – fc x sf

APVf è l’attenuazione ottimale presunta

Mf è l’attenuazione riportata dal produttore per singola banda

sf è lo scarto delle attenuazioni misurate. Dato fornito dal produttore degli otoprotettori

fc è un valore che estende lo scarto per ottenere la maggiore protezione dei lavoratori: fc = 1 84% della popolazione, fc = 1,65 95% della popolazione, fc = 2 98% della popolazione. La norma consiglia l’uso del valore 1,65 o 2. Applicando il coefficiente di 2 si ha una protezione maggiore della popolazione.

Determinato il valore di APVf per ogni banda d’ottava, in base alle indicazioni date dal produttore, sarà sufficiente dedurre questo valore da quello per singola banda d’otteva:

L’eq,f = Leq,f – β * APVf

Dove β è un parametro correttivo, denominato correzione dell’attenuazione reale, atto a tenere conto delle difficoltà di utilizzo delle singole tipologie di otoprotettore:

β = 0,75 per le cuffie

β = 0,5 per gli inserti espandibili

β = 0,3 per gli inserti preformati

Questi valori possono esser aumentati mediante:

a. addestramento dei lavoratori molto accurato e ripetuto frequentemente;

b. controllo rigoroso circa il corretto uso dei dispositivi di protezione auricolare loro affidati;

c. predisposizione e attuazione di specifiche procedure, in merito alla conservazione dei dispositivi di protezione auricolare e alla loro sostituzione al fine di garantire nel periodo di uso l’efficienza originaria.

Il metodo OBM, quindi, è estremamente preciso in quanto è in grado di discriminare i rumore che hanno una distribuzione particolare. Considerate che gli otoprotettori vanno ad attenuare le bande d’ottava più alte che sono anche quelle ritenute più pericolose per la salute. In presenza di un rumore basso, il metodo SNR potrebbe sovrastimare l’efficacia dell’otoprotettore.
Come verificare l’efficacia degli otoprotettori su AimSafe

Per poter effettuare la verifica di adeguatezza degli otoprotettori, è necessario inserire, nella maschera di caricamento dei valori misurati, anche i valori di LCeq, se si applica il metodo SNR, o i valori alle diverse bande di ottava.

Fatto questo, dovremo andare a verificare se gli otoprotettori che utilizziamo sono già presenti in banca dati, altrimenti, dovremmo aggiungerli al catalogo “otoprottetori”.

Fatta questa verifica, in fase di assegnazione dei tempi di esposizione al singolo compito, sarà sufficiente indicare anche l’otoprotettore utilizzato in quella situazione specifica.

Già da questa schermata, potremo valutare l’adeguatezza dell’otoprotettore in base al valore di LAeq,DPI.

Se il valore è maggiore di 80, l’attenuazione è insufficiente

Se compresa tra 75 e 80 o tra 65 e 70, è accetabile

Se compresa tra 70 e 75 è buona

Se inferiore a 65, ci troviamo in una condizione di iperprotezione. Questa condizione può essere comunque ritenuta accettabile previa verifica dell’assenza di controindicazioni legate all’ascolto di segnali acustici di pericolo, allarmi o particolari sensazioni di isolamento manifestate dal lavoratore.

All’interno dei report generati da AimSafe per essere inseriti come allegato alla valutazione del rischio rumore, vi sono due report denominati:
Tabelle di calcolo dell’attenuazione (bande d’ottava)
Tabelle di calcolo dell’attenuazione (SNR)
 
 

Come valutare il rischio rumore per gli operatori dei call center

Siamo abituati ed effettuare valutazioni del rumore soprattutto in situazioni dove l’esposizione è determinata da sorgenti quali attrezzature, impianti, sorgenti multiple che vanno a concorrere al c.d. rumore ambientale.

Tuttavia, esistono situazioni dove l’esposizione è determinata in condizioni meno standard e, come tale, deve essere valutata adottando strumenti non così comuni.

Nel caso di operatori di call center, l’esposizione al rumore del singolo operatore è dato da due componenti:

1) rumore ambientale, dovuto principalmente al vociare delle altre persone con cui l’operatore condivide la stanza, che spesso è un open space con ampie metrature e un elevato numero di operatori presenti;

2) rumore generato dalla cuffia che si trova a distanza molto ridotta rispetto alle sorgenti tradizionali e, soprattutto, in un contesto molto angusto dove, quindi, le condizioni acustiche sono molto differenti.

Sebbene la valutazione vera e propria venga, comunque, effettuata utilizzando la UNI EN ISO 9612:2011 combinata con la UNI 9432:2011, le modalità e la strumentazione per misurare l’emissione sonora, varia completamente. Per poter capire come procedere, è stata emessa, ormai nel 2012, la UNI/TR 11450, ovvero un Technical Report, una sorta di linea guida, volta a dare, agli operatori del settore, le informazioni utili alla misurazione del rumore nei casi in cui le sorgenti sonore sono prossime all’orecchio, quindi in condizioni che non permettono all’orecchio di essere esposto, in sostanza, a onde piane.

Il Technical Report specifica, molto bene, come le indicazioni, che verranno date, hanno l’obiettivo di:

1) misurare il livello di rumore da sorgenti tali che non permettono la misurazione con strumentazione normale;

2) convertire il valore misurato, tenendo conto della distanza dall’orecchio e dalla ridotta dimensione dell’area in cui viene emesso il rumore direttamente, in valore confrontabile con quanto viene misurato normalmente nel definire l’esposizione dei lavoratori al rumore.

Vengono proposte tre tecniche:

a. Metodo MIRE (UNI EN ISO 11904-1) che prevede l’uso di un microfono in miniatura che viene inserito all’interno del condotto uditivo dell’operatore;

b. Metodo del manichino (UNI EN ISO 11904-2) dove una cuffia, sdoppiata rispetto a quella indossata contemporaneamente dall’operatore, viene posta su un manichino dotato di recettori acustici.

c. Metodo Elettroacustico (ETSI EG 202 518) che determina il livello e le caratteristiche del rumore dai valori elettrici di cuffia e microfono.

Approfondiremo, ora, solo la tecnica MIRE che, per dimensione della strumentazione, risulta la più facile da utilizzare in contesti esterni a laboratori di prova.
Valutazione del rumore con metodo MIRE

Il metodo MIRE si basa sull’uso di un microfono in miniatura a cui viene collegato una sonda che andrà ad inserirsi all’interno del canale uditivo.

La prima indicazione, data dalla ISO/TR 11450, è che il soggetto della misura deve essere volontario, in quanto la misura prevede l’inserimento della sonda. Si consiglia di spiegare all’operatore il funzionamento dello strumento e le misure igieniche adottate, che vedremo fra poco.


Lo strumento più utilizzato è del tipo con microfono esterno e sonda interna (la parte gialla). Questa viene protetta con un cilindro di silicone monouso, al fine di garantire l’igiene nel misurare diversi operatori. E’ necessaria grande attenzione nell’inserimento della sonda al fine di evitare possibili lesioni alla cavità, sebbene, proprio il cilindro di silicone che è morbido e liscio, riduca sensibilmente questo rischio. La lunghezza della sonda, inoltre, è date da impedire il contatto con il timpano.

Le cuffie sul mercato sono di due tipi: monoaurali e biaurali. Nel primo caso, la misura riguarderà un solo orecchio mentre, nel secondo caso, la misura andrà fatta da entrambi i lati a meno che si tratti di cuffie mono.

La durata della misura non deve essere inferiore a 15 minuti e un numero minimo di 5 telefonate, al fine di rilevare diverse tipologie di interlocutore e le pause tra una telefonata e la successiva, utilizzata per la registrazione dei dati relativi alla chiamata appena terminata.

Una volta rilevato il valore convertito, questo andrà utilizzato, nel rispetto della UNI EN ISO 9612 e UNI 9432, per determinare il livello di esposizione giornaliero o settimanale.
Misure di riduzione del rischio

Se, dalle misure effettaute, dovesse emergere un valore di esposizione giornaliera superiore a 85 dB(A), si deve procedere alla riduzione del rischio, che può verificarsi adottando queste misure:

1) acquisto di cuffie autolimitanti;

2) interventi sulla dispersione del rumore quali.

a. barriere tra le postazioni;

c. buffer a soffitto;

d. controsoffittatura in materiale fono assorbente;

e. pareti perimetrali in materiale fono assorbente;

f. inserimento di pause tra una telefonata e l’altra.

Congedo di maternità dopo la nascita del bambino: una circolare INPS specifica le modalità

La legge 145/2018 “Legge Finanziaria” ha introdotto, dal 1 gennaio 2019, la possibilità di usufruire del congedo di maternità dopo la nascita del bambino invece di usufruire dei due mesi antecedenti la data presunta di nascita e i tre mesi successivi alla data di nascita.
La Circolare INPS del 12 dicembre 2019 riporta utili indicazioni alla gestione di questi casi. Vediamo come questa nuova possibilità impatta sulla valutazione dei rischi.

La legge 145/2018 all’articolo 485.
“All’articolo 16 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, dopo il comma 1 è inserito il seguente:
« 1.1. In alternativa a quanto disposto dal comma 1, è riconosciuta alle lavoratrici la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro ».

A seguito di questa modifica, l’articolo 16 diventa:
Art. 16
Divieto di adibire al lavoro le donne(legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 4, comma 1 e 4)1.
E’ vietato adibire al lavoro le donne:
a) durante i due mesi precedenti la data presunta del parto, salvo quanto previsto all’articolo 20;
b) ove il parto avvenga oltre tale data, per il periodo intercorrente tra la data presunta e la data effettiva del parto;
c) durante i tre mesi dopo il parto, salvo quanto previsto all’articolo 20;
d) durante i giorni non goduti prima del parto, qualora il parto avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta. Tali giorni si aggiungono al periodo di congedo di maternità dopo il parto, anche qualora la somma dei periodi di cui alle lettere a) e c) superi il limite complessivo di cinque mesi.
1.1. In alternativa a quanto disposto dal comma 1, è riconosciuta alle lavoratrici la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro.
1-bis. Nel caso di interruzione spontanea o terapeutica della gravidanza successiva al 180° giorno dall’inizio della gestazione, nonchè in caso di decesso del bambino alla nascita o durante il congedo di maternità, le lavoratrici hanno facoltà di riprendere in qualunque momento l’attività lavorativa, con un preavviso di dieci giorni al datore di lavoro, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla loro salute.

Si realizzano queste ipotesi:
1) Mansione vietata durante la gravidanza (articolo 7): in questo caso la lavoratrice dovrà essere spostata ad altra mansione o, se questo non fosse possibile, dovrà essere richiesta l’astensione anticipata;
2) Mansione che risultano “gravosi o pregiudizievoli” (articolo 16-bis comma 1): in questo caso, l’astensione obbligatoria sarà anticipata al terzo mese prima del parto;
3) Mansioni che non risultano vietate (artt. 11 e 12): in questi casi, si procede alla valutazione dei rischi di cui all’allegato C. All’interno di queste, possono ricadere le eventuali richieste di posticipare il periodo di astensione fino alla data del parto. In questo caso, si rende necessario richiedere certificato che tale scelta non presenti rischi per la gestante e il nascituro.
Per la casistica riportata al punto 2 e 3, si rende necessario procedere alla valutazione dei rischi considerando gli elementi di cui all’allegato C anche tenendo in considerazione i diversi periodi della gravidanza che potrebbero presentare condizioni di suscettibilità diversa da un periodo all’altro anche al fine di graduare le misure di contenimento necessarie.

Responsabilità solidale del committente. Il DURC è veramente efficace?

L’articolo 29 comma 2 della c.d. Legge Biagi (D.Lgs. 276/03) e l’articolo 26 comma 4 del D.Lgs. 81/2008, delineano la responsabilità solidale del committente relativamente ai contributi previdenziali e assicurativi dovuti dall’impresa appaltatrice.
Per evitare questa responsabilità, il DURC è veramente efficace?

L’articolo 29 comma 2 D.Lgs. 276/03, così come modificato dal prevede che:
“2. n caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l’appaltatore, nonchè con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, nonchè i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto, restando escluso qualsiasi obbligo per le sanzioni civili di cui risponde solo il responsabile dell’inadempimento. Il committente che ha eseguito il pagamento è tenuto, ove previsto, ad assolvere gli obblighi del sostituto d’imposta ai sensi delle disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e può esercitare l’azione di regresso nei confronti del coobbligato secondo le regole generali”
Questo articolo, quindi, prevede che, qualora il datore di lavoro appaltatore non abbia corrisposto ai propri dipendenti lo stipendio o non abbia versato i relativi contributi, il lavoratore o l’istituto potranno chiedere il versamento di quanto dovuto al committente che ha affidato all’impresa l’appalto.

L’articolo 26 comma 4 del D.Lgs. 81/2008, invece, prevede quanto segue:
“4. Ferme restando le disposizioni di legge vigenti in materia di responsabilità solidale per il mancato pagamento delle retribuzioni e dei contributi previdenziali e assicurativi, l’imprenditore committente risponde in solido con l’appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori, per tutti i danni per i quali il lavoratore, dipendente dall’appaltatore o dal subappaltatore, non risulti indennizzato ad opera dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) o dell’Istituto di previdenza per il settore marittimo (IPSEMA). Le disposizioni del presente comma non si applicano ai danni conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.”
In questo caso, si configura la situazione in cui il lavoratore può richiedere il risarcimento dei danni, a seguito di infortunio, sia al proprio datore di lavoro che ai datori di lavoro della catena di affidamento degli appalti fino al committente. La richiesta, chiaramente, non può riferirsi a somme già indennizzate dall’INAIL.

Questi due elementi normativi vanno a delineare la c.d. responsabilità solidale del committente che, spesso, viene gestita con la richiesta all’appaltatore del DURC.
Il DURC, acronimo di Documento Unico di Regolarità Contributiva, è un’attestazione rilasciata dagli enti coinvolti (Inail, Inps ed eventualmente Cassa Edile) riportante lo stato di pagamento di quanto dovuto. Il risultato del DURC può essere “REGOLARE” o “NON REGOLARE” qualora permangano delle pendenze verso uno o più degli istituti. Questa attestazione ha una validità di 90 giorni.
Ma il DURC è veramente un documento esaustivo rispetto a quanto previsto dai precedenti articoli?
Sicuramente no, per questi motivi:
1) il DURC non dà indicazioni in merito al pagamento degli stipendi ai lavoratori;
2) il DURC riporta lo stato dei pagamenti relativamente ai lavoratori regolarmente in forza in azienda. Potrei avere 5 lavoratori assunti per i quali pago regolarmente i contributi e altri 5 lavoratori in nero non dichiarata da nessuna parte. Il DURC, in questo caso, sarà “REGOLARE”;
3) il DURC indica l’effettiva regolarità dei pagamenti da parte dell’appaltatore di quanto dovuto all’INAIL, ma non impedisce al lavoratore di chiedere ulteriori risarcimenti anche in caso di rifiuto di pagamento da parte dell’INAIL.

Ne consegue che, una reale copertura dai rischi per il committente, richiede ulteriori richieste o verifiche da fare sia in occasione della verifica di idoneità tecnico professionale, sia in occasione dei pagamenti delle fatture nel corso dello svolgimento dell’appalto:
1) richiesta di una polizza assicurativa che copra anche dai danni non direttamente indennizzati dall’INAIL e avvenuti a danno dei propri lavoratori o di lavoratori di altre imprese;
2) copia del LUL dal quale derivare il personale in forza e controllo degli accessi per impedire l’ingresso a lavoratori non presenti in quell’elenco;
2) richiesta di fideiussione atta a coprire, per due anni dalla fine dell’appalto, da eventuali richieste risarcitorie ricevute dal committente;
3) richiesta di copia dei bonifici fatti ai lavoratori a saldo del compenso.
Come si vede, la responsabilità solidale del committente determina un complesso sistema di controllo su tutti gli appaltatori che va ad incidere anche in maniera significativa sul lavoro dei servizi deputati.

Per questo, AimSafe ha realizzato un modulo specifico per la gestione degli appalti, volto ad automatizzare queste attività di controllo riducendo le incombenze per l’RSPP o gli altri servizi preposti al controllo degli appalti.
Impostate le richieste documentali relativamente all’azienda e al singolo lavoratore, sarà AimSafe a richiedere la fornitura dei documenti e a segnalare all’appaltatore le scadenze. Grazie al controllo accessi, la reception potrà verificare in ogni istante chi ha i requisiti per entrare e chi no.
Attiva il modulo Gestione appalti in prova gratuita per tre mesi.

Quando si configura un dirigente per la sicurezza?

Il D.Lgs. 81/2008, nell’assegnare le responsabilità, adotta una nomenclatura che, in alcune situazioni, può essere fuorviante.
 
E’ il caso, ad esempio, del dirigente. Questa figura non viene individuata in base alla tipologia contrattuale ma in base alla funzione svolta.
 
L’articolo 2 comma 1 lettera d riporta la definizione di dirigente, in questi termini:
persona che, in ragione delle competenze professionali e di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell’incarico conferitogli, attua le direttive del datore di lavoro organizzando l’attività lavorativa e vigilando su di essa;“.
 
Il dirigente per la sicurezza, quindi, è colui che, in base al ruolo ricoperto:
 
– attua le direttive del datore di lavoro, che rimane il principale responsabile in materia di prevenzione, almeno per quanto concerne le direttive, intese come indicazioni strategiche derivanti dalla valutazione dei rischi;
 
– organizza l’attività lavorativa: ovvero è persona che ha, tra i poteri, la possibilità di cambiare l’organizzazione dell’attività lavorativa intesa come assegnazione dei compiti alle persone, modifica delle procedure operative.
 
All’interno dell’articolo 18, sono riportati gli obblighi del datore di lavoro e del dirigente.
 
L’articolo inizia con questa frase:
“Il datore di lavoro […] e i dirigenti, che organizzano e dirigono le stesse attività secondo le attribuzioni e competenze ad essi conferite, devono:”
 
Di estrema importanza l’indicazione “secondo le attribuzioni e competenze; questo significa che ogni persona, inquadrabile all’interno della definizione di dirigente ex art. 2 comma 1 lettera d, non è il destinatario di tutti gli obblighi di cui all’articolo 18, come invece accade per il datore di lavoro, ma solo degli obblighi riconducibili alla propria competenza funzionale.
 
Ad esempio, non spetterà al responsabile del magazzino comunicare all’INAIL il nominativo dell’RLS, a meno che questo non sia indicato nel proprio mansionario o abbia ricevuto istruzione in questo senso.
 
In accordo con l’articolo 299, il dirigente, come destinatario di eventuali contestazioni in caso di illecito, non viene individuato in base a lettere di nomina, organigrammi o altri documenti, ma in base all’effettivo svolgimento del ruolo di dirigente.
Tuttavia, risulta di estrema importanza che il singolo dirigente sia reso edotto delle proprie responsabilità anche mediante una lettera di incarico o attraverso una mera informazione, da abbinare alla formazione obbligatoria prevista all’interno dell’articolo 37 e declinata, sebbene non in maniera obbligatoria, all’interno dell’Accordo Stato Regioni del 21/12/2011.

Partecipazione vs consultazione

La UNI ISO 45001:2018 tratta in maniera molto più approfondita, rispetto al suo predecessore BS OHSAS 18001:2007, il tema della consultazione e partecipazione dei lavoratori ai processi aziendali.

Il primo elemento significativo è che sia “partecipazione” che “consultazione” sono termini riportanti all’interno delle definizioni (punto 3 della UNI ISO 45001:2018), segno che si è voluto stabilire in maniera chiara cosa si dovesse intendere:

3.4 partecipazione: coinvolgimento nel processo aziendale.
3.5 consultazione: ricerca di pareri prima di esprimere decisioni

Il termine “consultazione” ci risulta molto più familiare, visto che è previsto già all’interno del D.Lgs. 81/2008, sebbene limitato al solo RLS.

In sostanza, la consultazione prevede un chiedere il parere dei lavoratori o dei loro rappresentanti, in merito a specifiche situazioni o condizioni che l’organizzazione deve gestire, pareri che non saranno vincolanti ma che l’organizzazione assume. Partecipazione, invece, prevede che gli stessi lavoratori o rappresentanti prendano parte al processo di definizione.

La seconda differenza sostanziale, riguarda il “posizionamento” dei requisiti legati alla consultazione e partecipazione, all’interno dei due standard:

a. all’interno della BS OHSAS 18001:2007, la comunicazione e partecipazione è riportata all’interno del capitolo 4, specificatamente al punto 4.4.3.2, ovvero all’interno della sezione 4.4 Implementazione e funzionamento. Ovvero, si tratta di processi operativi che vengono attuati a valle della pianificazione;

b. all’interno della UNI ISO 45001:2018, invece, la partecipazione e consultazione, si trova all’interno del capitolo 5 “Leadership e partecipazione dei lavoratori” a monte di tutti gli altri processi, compresi quelli di pianificazione. Questi elementi, quindi, assumono una valenza paragonabile all’impegno della direzione, volto a definire i processi che porteranno all’implementazione del sistema o al suo miglioramento.

Riguardo i contenuti, sarebbe più facile individuare le similitudini che evidenziare le differenze che sono moltissime. Queste sono le principali differenze:

  1. il punto 4.4.3.2 pur citando “partecipazione e consultazione”, limita la consultazione agli appaltatori, con un rapido richiamo alla consultazione dei lavoratori “dove vi sia qualunque modifica che può influire sulla loro salute e sicurezza“;
  2. la 45001 prevede che la partecipazione dei lavoratori sia richiesta in questi casi:

Partecipazione, cosa prevede la 45001

a) determinare le modalità per la loro consultazione. Questo è un punto nuovo rispetto alla 18001 che richiama l’importanza di richiedere ai lavoratori di essere parte nel processo di definizione anche di come poi esercitare questa partecipazione e consultazione. Nella 18001 compariva con questa forma “;

b) identificare i pericoli e valutare i rischi e le opportunità: deriva dalla versione includa nella 18001: “il loro adeguato coinvolgimento nell’identificazione dei pericoli, nell’analisi dei rischi e nella definizione dei controlli”. In sostanza, i lavoratori devono partecipare segnalando le condizioni di pericolo e i mancati infortuni ma anche prendere parte al processo che ne consegue relativamente alla definizione delle misure da mettere in atto;

c) determinare le azioni per eliminare i pericoli e ridurre i rischi per la SSL: anche in questo caso, pensare di definire le misure di riduzione dei rischi senza la partecipazione attiva dei lavoratori che operano lì dove il rischio è stato individuato, non è sostenibile e porta a soluzione che poi non saranno funzionali o non saranno, semplicemente, accettate da chi poi dovrà impiegarle sul campo;

d) determinare i requisiti di competenza, i fabbisogni formativi, la formazione da effettuare e valutare la formazione stessa: la 45001 evidenzia come i lavoratori debbano entrare a far parte del processo di individuazione delle necessità formative, in modo da poter segnalare eventuali condizioni che richiedono una specifica formazione o addestramento. Questa scelta permette all’organizzazione di andare ad erogare la formazione che serve maggiormente ai lavoratori per svolgere le loro funzioni;

e) determinare cosa è necessario comunicare e come farlo: definire il processo di comunicazione insieme ai lavoratori ha necessariamente dei risvolti positivi legati alle modalità di fruizione delle comunicazioni e nell’ottica di permettere ai lavoratori di ricevere le informazioni che, senza di loro, non verrebbero comunicate creando difficoltà anche a livello operativo;

f) determinare le misure di controllo e la loro attuazione e uso efficaci: di nuovo, la 45001 evidenzia come la partecipazione dei lavoratori nel definire le misure da adottare sia essenziale per raggiungere gli obiettivi di sicurezza e salute che l’organizzazione stessa si è data;

g) investigare incidenti e non conformità e determinare azioni correttive: nella 18001 compariva come “il loro adeguato coinvolgimento nell’analisi degli eventi”. I lavoratori devono essere parte del processo di indagine degli eventi, volta a individuare la causa radice, ma anche del processo di individuazione delle misure finalizzate ad evitare che situazioni quali incidenti e non conformità possano ripetersi. Abbiamo ben in mente cosa succede quando le soluzioni cadono dall’alto, senza una collaborazione degli attori che li mettono poi in pratica.

Consultazione, cosa prevede la 45001

a) determinare le esigenze e le aspettative delle parti interessate: come indicato in precedenza, consultazione è chiedere un parere, non far parte del processo. In questo caso, è evidente come l’organizzazione vada a determinare le esigenze e le aspettative delle parti interessate ma, nel farlo, consulterà, ovvero chiederà un parere, ai lavoratori e ai loro rappresentanti;

b) stabilire la politica per la SSL: come sopra, l’alta direzione è il soggetto che promulga la politica ma, nel farlo, chiederà un parere ai lavoratori e ai loro rappresentanti. E’ palese come i lavoratori NON prenderanno parte (partecipazione) alla predisposizione della politica, ma potranno fornire il loro parere. Questo, era già previsto all’interno della 18001 sotto la dicitura: “il loro coinvolgimento nello sviluppo e nel riesame delle politiche e obiettivi“;

c) assegnare ruoli, responsabilità e autorità nell’organizzazione: ancora una volta è evidente come la funzione di consultazione differisce fondamentalmente dalla partecipazione: anche in questo caso, i lavoratori possono dare un parere in merito all’organizzazione, ma non prenderanno parte alla sua definizione. Si segnala come già il D.Lgs. 81/2008, richieda la consultazione degli RLS in merito alla designazione dell’RSPP, degli ASPP, del Medico Competente e degli incaricati antincendio e primo soccorso;

d) determinare come soddisfare i requisiti legali e altri requisiti: l’obbligo di rispettare determinati requisiti legali, quali la messa a norma antincendio, non può che essere a carico dell’alta direzione; la 45001, però, indica l’opportunità di consultare i lavoratori o i loro rappresentanti, per definire come rispettare il relativo requisito in un modo che sia poi adeguato rispetto all’esecuzione del lavoro e che non rende l’attività eccessivamente complessa, determinando il rischio che i lavoratori escogitino degli escamotage;

e) stabilire gli obiettivi per la sicurezza e salute dei lavoratori e pianificarne il raggiungimento: questo elemento rientra nella consultazione sul Documento di Valutazione dei rischi, già prevista all’interno del D.Lgs. 81/2008. Già la 18001 prevedeva “il loro coinvolgimento nello sviluppo e nel riesame delle politiche e degli obiettivi“;

f) determinare i controlli applicabili per l’affidamento in all’esterno, l’approvvigionamento e gli appaltatori: molto interessante questo punto, non previsto dal D.Lgs. 81/2008 se non per la consultazione dell’RLS relativamente al DUVRI. Chiedere il parere dei lavoratori in merito ai controlli da fare sulle aziende esterne, potrebbe permettere all’organizzazione di ottenere informazioni utili circa condizioni di rischio evidenziate dagli operatori relativamente alle aziende che provengono dall’esterno;

g) determinare cosa necessità di essere monitorato, misurato e valutato: il parere dei lavoratori circa, ad esempio, gli indicatori da misurare, potrebbe portare l’organizzazione a individuare elementi interessanti, altrimenti non considerati, da andare a valutare e misurare per comprendere se il sistema sta funzionando come desiderato;

h) pianificare, stabilire, attuare e mantenere uno o più programmi di audit: questo è un elemento che non è stato minimamente considerato all’interno della 18001. Significa che il piano di audit (date, orari, processi oggetto dell’audit e tecniche di auditing) vanno condivise con i lavoratori e i loro rappresentanti i quali potrebbe fornire pareri circa gli elementi presentati e proporre modifiche o integrazioni utili a rendere maggiormente efficace il processo;

i) assicurare il miglioramento continuo: questo punto va ad integrare quanto già indicato alla lettera d.

Cosa fare quando le vie di esodo sono troppo lunghe?

Può capitare di incontrare situazioni in cui le vie di esodo superano le lunghezze massime previste dalla normativa. Questo può capitare in attività non soggette al controllo dei Vigili del Fuoco (allegato I del D.P.R. 151/2011) dove sono presenti vincoli che impediscono la realizzazione di ulteriori uscite.

Eventi di questo tipo possono verificarsi anche quando non si tiene conto delle norme specifiche in fase di progettazione.

Come definire la lunghezza massima delle vie di esodo

Per i luoghi di lavoro, nei quali sono presenti lavoratori come definiti all’art. 2 comma 1 lettera a del D.Lgs. 81/2008, in merito alla valutazione del rischio di incendio e misure di prevenzione e protezione necessarie, si deve fare riferimento al D.M. 10/03/1998 che, all’articolo 3 comma 1 lettera b, prevede che:

1. All’esito della valutazione dei rischi dì incendio, il datore di lavoro adotta le misure finalizzate a:
b) realizzare le vie e le uscite di emergenza […] per garantire l’esodo delle persone in sicurezza in caso di incendio, in conformità ai requisiti di cui all’allegato III;

Le prescrizioni riportate nell’allegato III non si applicano, invece, alle attività soggette al controllo dei Vigili del Fuoco per le quali o si applicano le regole di prevenzione incendi specifiche, se presenti, o il codice di prevenzione incendi.

Parametri di ingresso da considerare

Al punto 3.2, troviamo questa importante indicazione:

Nello stabilire se il sistema di vie di uscita sia soddisfacente, occorre tenere presente:

 – il numero di persone presenti, la loro conoscenza del luogo di lavoro, la loro capacità di muoversi senza assistenza.

 – dove si trovano le persone quando un incendio accade;

 – i pericoli di incendio presenti nel luogo di lavoro;

 – il numero delle vie di uscita alternative disponibili,

Per definire la lunghezza massima delle vie di esodo, pertanto, dobbiamo considerare questi elementi:

a. livello di rischio di incendio che, in base al punto 1.4.2, deve considerare anche:

“b) individuazione dei lavoratori e di altre persone presenti nel luogo di lavoro esposte a rischi di incendio; “

Andando quindi a coprire il primo e terzo punto.

b. presenza di uscite alternative

Definiti questi due parametri, andremo ad analizzare il capitolo 3.3

Numero delle vie di esodo

E’ preferibile che ogni luogo di lavoro presenti almeno 2 vie di esodo alternative e indipendenti in modo non venga impedita l’unica via di esodo altrimenti presente. Il D.M. 10/03/1998 prevede che l’obbligo delle vie di esodo alternative e indipendenti sussista solo perle attività ad elevato rischio di incendio. Si richiama, però, il fatto che molte regole di prevenzione incendi richiedono la presenza di uscite alternative.

Definizione della lunghezza delle vie di esodo

In base ai parametri sopra definiti, potremmo trovarci in queste situazioni:

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Si fa presente che le distanza sopra indicate si riferiscono alla lunghezza dei percorsi per raggiungere l’uscita di piano più vicina dove, per uscita di piano si intende: “uscita che consente alle persone di non essere ulteriormente esposte al rischio diretto degli effetti di un incendio e che può configurarsi come segue:

a) uscita che immette direttamente in un luogo sicuro

b) uscita che immette in un percorso protetto attraverso il quale può essere raggiunta l’uscita che immette in un luogo sicuro;

c) uscita che immette su di una scala esterna. “

Il tecnico, quindi, dovrà verificare le condizioni sopra evidenziate in base al livello di rischio e numero di vie di esodo disponibili.

In presenza di più vie di esodo, è possibile che alcuni tratti di percorso presentino un unico percorso. Si pensi ad un corridoio laterale che conduce al corridoio da cui si dipartono le due vie di esodo. Questi tratti di percorso non possono avere lunghezza superiore alle lunghezze previste per le vie di esodo in presenza di una sola via.

Come si vede, i valori delle lunghezze indicate dalla norma non sono numeri puri ma intervalli. E’ a carico del tecnico andare a capire quale numero scegliere in quell’intervallo tenendo conto del fatto che il luogo di lavoro sia:

– frequentato da pubblico;

 – utilizzato prevalentemente da persone che necessitano di particolare assistenza in caso di emergenza;

 – utilizzato quale area di riposo;

 – utilizzato quale area dove sono depositati e/o manipolati materiali infiammabili.

Cosa fare se non si riescono a rispettare le distanze previste?

Qualora la conformazione della struttura non permetta di ottenere vie di esodo della lunghezza massima derivata dallo schema precedente e dalle considerazioni tecniche effettuate, il D.M. 10/03/1998 riporta una serie di interventi che possono controbilanciare questo mancato rispetto.

3.7 – MISURE DI SICUREZZA ALTERNATIVE

Se le misure di cui ai punti 3.3, 3.4, 3.5 e 3.6 non possono essere rispettate per motivi architettonici o urbanistici, il rischio per le persone presenti, per guanto attiene l’evacuazione dei luogo di lavoro, può essere limitato mediante l’adozione di uno o più dei seguenti accorgimenti, da considerarsi alternativi a quelli dei punti 3.3, 3.4, 3.5 e 3.6 solo in presenza dei suddetti impedimenti architettonici o urbanistici:

a) risistemazione dei luogo di lavoro e/o della attività così che le persone lavorino il più vicino possibile alle uscite di piano ed i pericoli non possano interdire il sicuro utilizzo delle vie di uscita.

b) riduzione dei percorso totale delle vie di uscita,

c) realizzazione di ulteriori uscite di piano;

d) realizzazione di percorsi protetti addizionati o estensione dei percorsi protetti esistenti.

e) installazione di un sistema automatico di rivelazione ed allarme incendio per ridurre i tempi di evacuazione.

Si fa presente che l’adozione di queste misure alternative è prevista solo quando sono presenti vincoli architettonici che non permettono di modificare la struttura per rispettare i parametri previsti.

Per quanto concerne i “percorsi protetti”, questi sono definiti come: “percorso caratterizzato da una adeguata protezione contro gli effetti di un incendio che può svilupparsi nella restante parte dell’edificio. Esso può essere costituito da un corridoio protetto, da una scala protetta o da una scala esterna”. Se il percorso protetto immette direttamente su un luogo sicuro o scala esterna, la misurazione delle distanza può fermarsi alla porta di ingresso al percorso protetto.

Pertanto, la presenza di una scala protetta (ovvero una scala interna che forma un compartimenti rispetto al resto dei locali dei diversi piani mediante muri e porte tagliafuoco), è da considerarsi una misura alternativa qualora le lunghezze delle vie di esodo risultassero eccessivamente lunghe. Se dalla scala protetta si raggiunge direttamente l’esterno, in accordo con quanto prima indicato, la misurazione delle distanze si ferma alla porta di accesso alla scala. Se, invece, dalla scala si deve uscire in un altro compartimento per raggiungere l’esterno, questo principio non vale.