Archivi autore: Ing. Fabio Rosito

Informazioni su Ing. Fabio Rosito

Dal 2003 mi occupo di sicurezza sul lavoro, prima come dipendente in aziende di consulenze, poi come libero professionista. La mia attività prevede l'assistenza delle aziende nell'individuare i punti di maggior rischio e nel definire gli interventi di miglioramento necessari. Email: fabio.rosito@sti-consulenze.it Tel. 329/64.12.255

UNI 11720:2018 Attività professionali non regolamentate – Manager HSE (Health, Safety, Environment) – Requisiti di conoscenza, abilità e competenza

La norma UNI 11720:2018 riporta i requisiti di conoscenza, competenza e abilità di chi ricopre il ruolo di HSE Manager.

Si distinguono due figure diverse:

Manager HSE strategico: opera in una posizione organizzativa dotata di piena autonomia decisionale relativamente alle scelte strategiche dell’organizzazione.

Manager HSE Operativo: opera in una posizione organizzativa dotata di piena autonomia decisionale relativa alla gestione degli aspetti operativi ma limitata rispetto agli elementi strategici.

HSE manager 11720

  1. Compiti e attività specifiche del manager HSE

Prima di identificare i requisiti di competenze, abilità e conoscenza, la norma determina quali sono i compiti associati alle due figure.

Abbiamo voluto indicare, per ogni compito previsto dalla norma, il punto relativo della UNI ISO 45001:2018 e della UNI EN ISO 14001:2015 in modo da poter approfondire gli aspetti previsti.

Prospetto 1: Compiti e attività comuni a HSE Operativo e HSE Stategico

  1. supportare i vertici dell’organizzazione a valutare in anticipo l’impatto in materia HSE delle scelte di business (6.1.2, 8.1 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  2. supportare i vertici nell’identificare i ruoli, compiti e responsabilità in ambito HSE (5.4 lettera d punto 3 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  3. aggiornare i vertici dell’organizzazione sui nuovi requisiti legali e aggiuntivi (6.1.3 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  4. indirizzare e supportare l’organizzazione nella definizione e attuazione dei piani formativi e di addestramento (7.2 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  5. proporre e coordinare iniziative finalizzate alla diffusione e consolidamento della cultura orientata alla sicurezza e salute e protezione dell’ambiente (7.3 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  6. collaborare alla definizione e attuazione di un sistema di comunicazione (7.4 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  7. coordinare la gestione dei rapporti con le parti interessate (4.2 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);

Prospetto 2: Compiti e attività specifiche del manager HSE Operativo

  1. contribuire all’attuazione delle indicazioni strategiche e relativi obiettivi (8.1 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  2. fornire supporto allo sviluppo dei piani di azione volti al raggiungimento degli obiettivi assicurandone il monitoraggio e fornendo un aggiornamento periodico della situazione (8.1, 9.1.1 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  3. definire le modalità di identificazione e valutazione dei rischi e coordinare la loro attuazione (6.1.2.1, 8.1.2 UNI ISO 45001:2018);
  4. coordinare la predisposizione e attuazione di procedure e del piano per la gestione delle emergenze (8.2 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  5. coordinare e fornire supporto all’attuazione della valutazione, quantificazione e misurazione delle prestazioni (9 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  6. gestire gli specialisti in materia HSE al fine di garantire lo svolgimento dei compiti assegnati (8.1 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  7. definire e coordinare il sistema di controllo e audit (9.2 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  8. coordinare l’individuazione e attuazione delle misure di protezione e prevenzione (8.1 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  9. coordinare e attuare la procedura per la registrazione, analisi e valutazione degli indicatori (9.1 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  10. coordinare e collaborare per l’attuazione delle pratiche anche finalizzate all’ottenimento delle autorizzazioni (6.1.3 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  11. collaborare alla gestione degli investimenti (7.1 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  12. coordinare la progettazione, sviluppo e aggiornamento del sistema documentale (7.5 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  13. coordinare lo sviluppo e implementazione di modalità di gestione dei temi HSE;

Prospetto 3: Compiti e attività specifiche del manager HSE Stategico

  1. proporre e definire le indicazioni strategiche e i relativi obiettivi di miglioramento delle prestazioni HSE (6.2.1 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  2. coordinare lo sviluppo dei piani di azione volti al raggiungimento degli obiettivi assicurandone il monitoraggio periodico (6.2.2, 9.1.1 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  3. proporre e definire criteri, orientamenti e indirizzi del modello gestionale (6.1.1 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  4. proporre e definire un sistema per la valutazione, qualificazione e misurazione delle prestazioni dei fornitori (8.1 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  5. definire le politiche di selezione, formazione e addestramento degli specialisti (7.2 UNI ISO 45001:2018 e UNI EN ISO 14001:2015);
  6. supportare i vertici nella definizione dei modalità di gestione del temi HSE.

 

  1. Requisiti di Conoscenza, abilità e competenza del manager HSE

Una volta indicati i compiti dell’HSE manager, per ognuno, la norma indica quali sono i requisiti di competenza, conoscenza e abilità necessari. Il manager HSE deve possedere una conoscenza gestione degli ambiti HSE (aspetti legali, normativi, tecnici, gestionali e relazionali), caratteristiche psicoattitudinali di leadership e managerialità ed essere in grado di promuovere la propria crescita e quella delle altre persone appartenenti ai gruppi in ambito HSE.

La norma, per ognuno dei compiti individuati al punto 4, individua le conoscenza, abilità e competenze che deve possedere il manager HSE.

 

  1. Elementi per la valutazione e convalida dei risultati dell’apprendimento per garantire i requisiti di competenza, conoscenza e abilità dell’HSE manager

Al fine di garantire che l’HSE manager sia in possesso dei requisiti di conoscenza, competenza e abilità, la norma riporta il processo di qualificazione della persona:

  • formazione: il percorso di qualificazione professionale prevede:
    1. corso di formazione di almeno 400 ore distribuite sulle 5 aree:
      1. organizzativa/gestionale: 128 ore per HSE Strategico, 48 ore per HSE Operativo;
      2. giuridico/amministrativa: 32 ore per entrambi;
      3. tecnica in materia di SSL: 64 ore per HSE Strategico, 96 ore per HSE Operativo;
      4. tecnica in materia ambientale): 64 ore per HSE Strategico, 96 ore per HSE Operativo.
      •  esperienza:
        1. Manager HSE Strategico: almeno 10 anni in ambito HSE per i laureati, che possono arrivare fino a 22 anni in base al titolo di studio, e 6 con incarichi manageriali;
        2. Manager HSE Operativo: almeno 10 anni in ambito HSE per i laureati, che possono arrivare fino a 20 anni in base al titolo di studio, e 2 con incarichi manageriali;
  1. L’aggiornamento è fissato in 72 ore nell’arco di 3 anni di cui almeno il 50% devono derivare da corsi con verifica dell’apprendimento;
  • Qualificazione: avviene mediante analisi del curriculum, esame scritto, esame orale.

La valutazione del rischio da radionuclidi naturali nelle attività lavorative normalmente non comportanti esposizioni a radiazioni ionizzanti

Il D.Lgs. 101/2020, al Capo II, tratta della potenziale esposizione dei lavoratori ai radionuclidi naturali che si trovano all’interno di alcuni materiali utilizzati all’interno della propria attività lavorative.

Questo determina la necessità di valutare il rischio da esposizione a radiazioni ionizzanti anche in molte attività finora escluse. Sono incluse anche solo le attività di stoccaggio di materiali che potrebbero avere un rischio di questo tipo.

Cosa sono i materiali contenenti radionuclidi di origine naturale e quali sono le attività lavorative che possono comportare esposizione

Alcuni materiali, per loro caratteristiche di genesi o per loro capacità di assorbimento, possono possedere una certa quantità di radionuclidi naturali, ovvero di materiali che possono decadere rilasciando radiazioni ionizzanti che possono provocare esposizione a radiazioni ionizzanti durante la normale attività lavorative.

Tra queste abbiamo:

  1. materiali da costruzione;
  2. NORM (Naturally Occurring Radioactive Material): sono materiali che non sono abitualmente considerati radioattivi ma che possono contenere anche elevate quantità di radionuclidi tali da diventare sorgenti significative.

Tralasciando gli elementi di cui al punto 1, in questo articolo tratteremo dei materiali di cui al punto 2. La tabella II-1 riportata all’allegato II del D.Lgs. 101/2020 indica quali sono i settori industriali dove è possibile trovare materiali contenenti radionuclidi naturali in concentrazioni anche significative, e le relative attività che possono comportare esposizione al rischio.

Elenco attività che possono comportare l'esposizione a radionuclidi naturali

Tabella II-1 Allegato II D.Lgs. 101/2020 riportante l’elenco delle attività che possono comportare esposizione a radionuclidi naturali

Obblighi dell’esercente (articolo 20) di attività lavorative comportanti esposizione a radionuclidi di origine naturale

Qualora l’attività svolta da un’azienda dovesse rientrare tra quelle indicate alla tabella II-1 dell’allegato II, l’esercente deve, entro 12 mesi dall’inizio dell’attività, provvedere alla misurazione della concentrazione di attività e confrontarla con i livelli di attività, riportati sempre in allegato II, per i quali si ritiene che vi sia l’esenzione dal rischio. Se il risultato è positivo, le misure andranno ripetute ogni 3 anni, o in caso di variazioni significative.

Qualora la soglia di esenzione sia superata, si deve provvedere, entro 6 mesi, alla valutazione delle dosi efficaci per l’individuo e confrontarle con i valori di esenzione sempre in allegato II. Se i valori di esenzione per le dosi efficaci fossero rispettati, entro 3 anni, si procederà nuovamente alla misura dell’attività, come fatto in precedenza.

Se anche il valore di dose fosse superiore al valore di esenzione, allora si tratta di esposizione professionale a radiazioni ionizzanti, quindi si deve procedere al rispetto delle prescrizioni di cui al Titolo XI e XII.

Chi può effettuare le misurazioni e le valutazioni di esposizione

Il datore di lavoro provvede a valutare preliminarmente il rischio verificando se l’attività svolta rientra tra quelle riportate in Tabella II-1. Se non vi rientra, il rischio, fatto salvo informazioni diverse, può essere escluso.

Qualora l’attività rientri tra quelle di cui alla Tabella II-1, il datore di lavoro commissione la misurazione dei livelli di attività che possono essere effettuate solo da organismi riconosciuti in base all’articolo 155. Questi rilasciano una relazione tecnica con i risultati delle misurazioni.

Qualora il livello di esenzione per l’attività sia superato, il datore di lavoro deve nominare un esperto di radioprotezione al quale affidare la valutazione della dose efficace e, qualora anche questa superi il valore di esenzione, la valutazione del rischio da radiazioni ionizzanti.

Potete approfondire il tema sul sito PortaleAgentiFisici nella pagina dedicata ai radionuclidi naturali

Lavoro intermittente nel DVR: la Circolare INL del 21/12/2020

L’ispettorato nazionale del lavoro ha risposto ad un quesito, posto dall’ispettorato di Torino, circa la conversione del contratto da lavoro intermittente a lavoro a tempo indeterminato qualora il DVR sia carente della sezione dedicata alla specifica tipologia contrattuale relativa al lavoro intermittente o solo se il DVR sia del tutto assente.

La normativa

La domanda posta dall’ispettorato di Torino, nasce dalla previsione riportata all’articolo 14 comma 1 lettera c del D.Lgs. 81/2015:


1. E’ vietato il ricorso al lavoro intermittente:
c) ai datori di lavoro che non hanno effettuato la valutazione dei rischi in applicazione della normativa di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.


A fronte di questa previsione, consegue che, la mancata valutazione dei rischi, determina la non applicabilità del contratto di lavoro intermittente, quindi la sua immediata conversione in contratto tradizionale di lavoratore dipendete a tempo indeterminato.

La domanda

L’ispettorato del lavoro di Torino chiede se la previsione di presenza della valutazione dei rischi si esaurisce con la mera presenza del documento o se sia necessario che lo stesso contenga una sezione specifica dedicata al lavoro intermittente.

La risposta

La risposta dell’Ispettorato risponde che già l’articolo 28 del D.Lgs. 81/2008 prevede che la valutazione dei rischi sia fatta tenendo in considerazione le differenze legate alla tipologia contrattuale applicata, almeno per quanto concerne gli elementi significativi rispetto ai rischi a cui sono esposti i lavoratori.
L’ispettorato, anche citando una sentenza della Suprema Corte, segnala alcune peculiarità del contratto di lavoro intermittente che possono avere conseguenze sulla sicurezza e salute dei lavoratori:

  1. obblighi di informazione e formazione: le caratteristiche del contratto di lavoro intermittente che non garantisce una continuità di presenza in azienda, oltre al fatto di poter operare per diversi datori di lavoro, determina difficoltà nell’erogazione della formazione e informazione, che il datore di lavoro deve, in qualche modo superare;
  2. minor familiarità con l’ambiente e con gli strumenti di lavoro: a differenza del lavoratore con contratto tradizionale, il lavoratore intermittente può conoscere poco sia i rischi legati all’ambiente di lavoro specifico del datore di lavoro, sia di alcune attrezzature magari peculiari dell’attività che il lavoratore non ha mai incontrato o incontrato raramente negli altri luoghi di lavoro. Ancora una volta, l’organizzazione della formazione e, in particolare, dell’addestramento sono elemento essenziale;
  3. minore esperienza e formazione: i lavoratori con contratto intermittente sono spesso persone inesperte chiamate solo in occasione di picchi di richieste. Questo fa sì che questi lavoratori possano non avere l’esperienza e la formazione sufficiente a poter lavorare in sicurezza. Ne deriva, ancora una volta, la necessità di organizzare la formazione e l’addestramento considerando le diverse difficoltà legate ad un contratto che non prevede la presenza costante in azienda;
  4. attenuata motivazione: se un lavoratore con contratto stabile è incentivato a segnalare le condizioni di rischio potenziali al fine del miglioramento del luogo di lavoro, stessa propensione è più difficile si manifesti in un lavoratore intermittente, sia per la scarsa confidenza con colleghi e superiori, sia per lo scarso interesse a veder migliorare un luogo di lavoro dove non ci sono prospettive di poter operare in maniera continuativa.

L’ispettorato specifica, quindi, che non è sufficiente la sola presenza del DVR ma che questo debba contenere le indicazioni specifiche legate alle tipologie contrattuali diverse da quelle tradizionali e che queste indicazioni siano relative ai rischi previsti in base alla tipologia e alle misure decise di conseguenza.
Anche in assenza di una specifica sezione dedicata al lavoro intermittente, qualora gli eventuali rischi siano identificati e gestiti, il DVR è da ritenersi adeguato e non si può procedere alla trasformazione in lavoro a tempo indeterminato.

Come integrare questo elemento nel DVR con AimSafe

Per gli utenti di AimSafe, queste considerazioni vanno riportate all’interno della sezione “tipologia contrattuale” prevista per ogni mansione. Il tecnico dovrà capire quali rischi aggiuntivi si vanno a determinare qualora una determinata mansione venga svolta da un lavoratore atipico. Alcune mansioni, molto semplici, potrebbero avere condizioni esclusivamente legate all’erogazione della formazione obbligatoria, rendendo la valutazione molto semplice. Si ritiene, invece, che adibire a lavori di particolare pericolosità un lavoratore con contratto intermittente possa essere accettabile solo a seguito di una specifica analisi del curriculum e delle conoscenze.

Protocollo condiviso per la tutela dei lavoratori del Settore Cine-Audiovisivo

Il 7 luglio del 2020, è stato firmato il protocollo condiviso tra lavoratori e imprenditori del settore cineaudiovisivi (cinema, audiovisivo e televisivo) per la riduzione del rischio da contagio nello svolgimento delle attività connesse al settore.

Come già capitato anche per gli studi legali e altri settori, le parti interessate hanno condiviso un protocollo per allineare l’approccio delle imprese impegnate nel settore cineaudiovisivi.

Contenuto del documento condiviso per la riduzione del rischio di contagio nel settore audiovisivo

Il documento è diviso in due sezioni distinte:

  • uffici di produzione / preparazione attività di produzione;
  • set / troupe / attori e generici.

Oltre alle figure canoniche già previste dal D.Lgs. 81/2008, il protocollo prevede la presenza di:

  1. professionista sanitario e/o soccorritore di supporto operativo ed emergenziale sul set per le questioni sanitarie;
  2. preposto Covid, figura responsabile all’interno del Comitato (ex punto 13 Protocollo d’intesa del 24 aprile). Dovrà essere scelto tra le altre figure del comitato, in alternativa, potrà essere incaricato a tale scopo il professionista sanitario e/o soccorritore.

Formazione del personale

Il protocollo condiviso per la riduzione del rischio di contagio nel settore audiovisivi  richiede che tutto il personale riceva una formazione specifica con particolare riferimento alle norme igieniche da rispettare e alle regole di distanziamento sociale e uso dei DPI. E’ preferibile che questa formazione si svolga a distanza.

Parte I: Uffici di produzione / preparazione attività di produzione

Rispetto ai principi già proposti dal protocollo del 24 aprile, di seguito alcune indicazioni specifiche non già previste nel documento generale:

  1. a tutto il personale devono essere forniti mascherine chirurgiche, da usarsi solo quando la distanza interpersonale è inferiore a 1 metro, e guanti monouso, obbligatorio per addetti alle pulizie e alla ristorazione e per coloro che utilizzano oggetti condivisi;
  2. sanificazione giornaliera delle superfici toccate con maggior frequenza (porte, maniglie, finestre, vetri, tavoli, interruttori ecc.) con l’uso di ipoclorito di sodio diluito al 0,5%, dopo pulizia con acqua e sapone o alcool etilico al 75%;
  3. in presenza di impianto di aerazione forzata, questo deve rimanere in funzione sempre 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Deve essere eliminata totalmente la funzione di ricircolo dell’aria;
  4. sanificazione obbligatoria qualora, negli ultimi 9 giorni, abbia soggiornato un soggetto poi risultato positivo al Covid-19;
  5. la valutazione circa l’esecuzione dei tamponi, è rimessa al medico competente, con oneri a carico del datore di lavoro ed è riservata a soggetti che hanno avuto contatto stretto con soggetti risultati positivi al Covid o con soggetti che abbiano manifestato sintomi caratteristici del Covid, oltre ai soggetti che hanno manifestato sintomatologia;
  6. divieto di consumazione a buffet;
  7. il medico competente deve collaborare con il Comitato nella definizione dei contenuti della formazione e delle procedure di prevenzione e protezione, compresa la gestione di positivi o sintomatici. Il medico competente, inoltre, autorizza il ritorno al lavoro per persone sintomatiche o precedentemente positive al Covid-19 ed effettua la sorveglianza sanitaria eccezionale per i lavoratori fragili.

Parte II: set / troupe / attori e generici

Di seguito indicazioni specifiche, non già previste nella parte I, per gli operatori del set:

  1. formazione diretta e individuale al personale e agli artisti che presentano difficoltà nell’uso dei DPI. La formazione può essere erogata da membri del Comitato;
  2. utilizzo di guanti, maschere FFP2/3 e schermi per coloro che operano molto vicino ad altre persone (parrucchieri, truccatori, microfonisti, assistenti costumi, sarte, attrezzisti di set ecc.);
  3. utilizzo delle mascherine chirurgiche qualora la distanza interpersonale di 1 metro non possa essere rispettata;
  4. sanificazione ogni volta che si accede un un ambiente e al termine delle riprese;
  5. il personale dovrà trasferirsi preferibilmente usando mezzi propri o con mezzi comuni che permettano di mantenere adeguata distanza tra gli occupanti;
  6. i mezzi vanno igienizzati dopo ogni trasporto;
  7. separare la fruizione delle aree di consumazione cibi tra cast, troupe e generici applicando turni di pausa alternati;
  8. previsto l’utilizzo esclusivamente di piatti e posate monouso;
  9. i costumi devono essere individuale e non condivisi salvo igienizzazione prima del cambio;
  10. se gli attori in scena non possono mantenere il distanziamento di 1 metro, si dovrà procedere al tampone o test rapido validato, nelle 24 ore prima dell’inizio delle riprese che dovrà essere ripetuto ogni 7 giorni;
  11. gli attori dovranno avere un camerino ad uso esclusivo da igienizzare ogni volta che viene destinato ad un attore diverso;
  12. i generici devono presentarsi già vestiti e solo per il tempo strettamente necessario alle riprese.

Il protocollo condiviso del settore audiovisivi è disponibile al link sottostante:

Visualizza il documento

 

Corso per Lead auditor UNI ISO 45001:2018

S.T.I. Studio Tecnico Integrato, in collaborazione con SQS Italian Branch, ha organizzato per la fine di Gennaio 2021, un corso di formazione per Lead Auditor per sistemi di gestione per la Sicurezza e salute dei lavoratori secondo lo standard UNI ISO 45001:2018.

Corso lead auditor 45001

Il corso, della durata di 24 ore, si svolgerà su 3 venerdì tra fine gennaio e inizio febbraio, presso l’aula corsi di S.T.I. presso Cascina Fossata, via Ala di Stura, 5 a Torino.

Le date del corso sono:

29 gennaio – dalle 9,00 alle 18,00

5 febbraio – dalle 9,00 alle 18,00

19 febbraio – dalle 9,00 alle 18,00

Costi e iscrizioni su BachecaSicurezza.it

La norma ha sostituito, nel 2018, la precedente BS OHSAS 18001:2007, diventando lo standard internazionale riconosciuto per la certificazione dei sistemi di gestione per la sicurezza e salute dei lavoratori.

Il corso di formazione per lead auditor UNI EN ISO 45001:2018 permetterà ai partecipanti di acquisire le competenze necessarie per poter diventare:

auditor di prima parte

per effettuare gli audit periodici all’interno delle organizzazioni. L’audit periodico è uno dei requisiti previsti dallo standard e deve essere effettuato da persona competente e indipendente. Per questo, spesso le aziende si affidano a consulenti esterni o selezionano personale interno non inserito nelle funzioni dirigenziali;

auditor di seconda parte

per poter effettuare gli audit presso i fornitori delle aziende che lo richiedono. Questo processo è utilizzato dalle aziende medio e grandi per verificare se i propri fornitori operano conformemente alla loro politica;

auditor di terza parte

per conto degli enti di certificazione, nell’ambito dei processi per l’ottenimento del certificato e suo mantenimento. Le attività di audit vengono assegnate a personale che deve essere in possesso di adeguata competenza (questo corso) ed esperienza, quest’ultima ottenibile mediante affiancamenti organizzati dagli enti di certificazione stessi.

Riguardo il punto b e c, il corso dovrà poi essere completato con ulteriori 16 ore sulla UNI EN ISO 19011:2018, la norma che stabilisce i requisiti per la pianificazione, esecuzione e reportistica legata agli audit. E’ esonerato chi avesse già frequentato questo corso annesso ad altri corsi sui sistemi di gestione.

Ogni quanto bisogna rifare la verifica di messa a terra, ovvero, cosa sono gli ambienti a maggior rischio di incendio (CEI 64-8 sezione 751)

Il D.P.R. 462/01 ha introdotto l’obbligo della verifica periodica dell’impianto di messa a terra. La verifica dell’impianto di messa a terra, però, va ripetuta a intervalli che non sono uguali per tutti ma si distingue nel caso si tratti di ambienti a maggior rischio di incendio o meno.

Comunicazione all’INAIL del soggetto incaricato delle verifiche dell’impianto di messa a terra

Al fine di poter definire correttamente la scadenza della verifica, quindi, è necessario classificare l’ambiente in una delle due categorie. Come? Applicando la CEI 64-8 sezione 751.

Definizione di ambiente a maggior rischio di incendio

Il punto 751.03.1.1 indica come la classificazione di un ambiente di lavoro, dal punto di vista dell’incendio, dipenda dai seguenti parametri:

  1. Densità di affollamento;
  2. Massimo affollamento ipotizzabile;
  3. Capacità di deflusso o di sfollamento;
  4. Entità del danno ad animali e/o cose;
  5. Comportamento al fuoco delle strutture e dei materiali impiegati nei componenti dell’edificio;
  6. Presenza di materiali combustibili;
  7. Tipo di utilizzazione dell’ambiente;
  8. Dispositivi e organizzazione per la protezione antincendio.

Si nota una chiara sovrapposizione con i punti della sezione 1.4 del D.M. 10/03/1998 “Criteri per procedere alla valutazione dei rischi”:

1.4.1.1 Materiali combustibili e/o infiammabili, corrispondente alla lettera f ed e;

1.4.1.2 Sorgenti di innesco, derivante dalla lettera g “utilizzazione dell’ambiente”;

1.4.2 Identificazione dei lavoratori e di altre persone presenti esposti a rischi di incendio, corrispondente alle lettere: a, b, c

Ne deriva, come anche evidenziato al punto 751.03.1.1 ultimo paragrafo, che la classificazione dell’ambiente è solo uno degli elementi che compongono la più vasta valutazione del rischio di incendio e non ne può prescindere.

Pertanto, prima di poter classificare un luogo se a maggior rischio di incendio o meno, devo aver effettuato la valutazione specifica del rischio di incendio.

In assenza della suddetta valutazione del rischio, ad esempio nelle strutture non soggette al D.Lgs. 81/2008 in quanto prive di lavoratori, gli ambienti non soggetti al controllo dei Vigili del Fuoco, in quanto non rientranti tra le attività previste dal D.P.R. 151/11, sono da classificarsi come ordinari, ovvero non a maggior rischio di incendio, a meno che non sussistano condizioni, tra quelle sopra elencate.

La norma indica che i locali a rischio di incendio medio, come individuati dal D.M. 10/03/1998 sono da considerarsi a maggior rischio di incendio, sebbene l’uso dei termini “in genere” e “almeno” richiama comunque la non applicabilità di automatismi tra livello di rischio in base al D.M. 10/03/1998 e classificazione dei luoghi a maggior rischio.

Tipologie di Ambienti a maggior rischio di incendio

La sezione 751 della CEI 64-8 propone anche alcune situazioni che sono sicuramente a maggior rischio di incendio e che sono soggette a particolari prescrizioni circa la configurazione dell’impianto elettrico e dei materiali utilizzati:

751.03.2 Ambienti a maggior rischio in caso d’incendio per l’elevata densità di affollamento o per l’elevato tempo di sfollamento in caso di incendio o per l’elevato danno ad animali o cose: esempio ospedali, carceri, locali sotterranei aperti al pubblico.

751.03.3 Ambienti a maggior rischio in caso d’incendio in quanto aventi strutture portanti combustibili. Si devono intendere gli ambienti costruiti INTERAMENTE in legno senza particolari requisiti antincendio.

751.04.3 Ambienti a maggior rischio in caso d’incendio per la presenza di materiale infiammabile o combustibile in lavorazione, convogliamento, manipolazione o deposito di detti materiali. Locali nei quali sono presenti materiali esplosivi, infiammabili o combustibili quando il carico d’incendio è superiore a 450 MJ/mq.

Luoghi a maggior rischio di incendio e verifica messa a terra

Per poter decidere ogni quanto va ripetuta la verifica di messa a terra, è necessario procedere alla valutazione del rischio di incendio e, in base a questa, individuare se vi siano condizioni che classifichino l’ambiente tra i luoghi a maggior rischio di incendio.

Terminata la registrazione dell’ultimo video sulla UNI ISO 45001:2018 e pubblicazione della playlist con tutti i video della serie

Abbiamo terminato la registrazione dei video dedicati alla UNI ISO 45001:2018. Con questo, termina anche la composizione della playlist, all’interno del nostro canale YouTube, dedicata allo standard sui sistemi di gestione per la sicurezza.

I sistemi di gestione per la sicurezza e salute dei lavoratori

L’implementazione dei sistemi di gestione della sicurezza nelle organizzazioni permette una riduzione dei rischi per i lavoratori.

La playlist è composta di 6 video:
1. Introduzione
2. Contesto e parti interessate (Punto 4)
3. Leadership e partecipazione (Punto 5)
4. Pianificazione (Punto 6)
5. Supporto (Punto 7) e Attività operative (Punto 8)
6. Valutazione delle prestazioni (Punto 9) e Miglioramento (Punto 10)

La playlist è visualizzabile all’indirizzo:

Iscrivendovi al canale YouTube di AimSafe, potrete ricevere notifiche quando caricheremo i prossimi video.

Dopo aver terminato la registrazione dei video 45001, il canale si andrà a popolare di ulteriori playlist e video dedicati alla sicurezza e salute dei lavoratori.

La norma ha sostituito la BS OHSAS 18001:2007 nel 2018, apportando alcune modifiche anche significative che abbiamo trattato in questo articolo:

Pubblicata la norma UNI ISO 45001:2018: scopriamo insieme le principali novità rispetto alla 18001

La norma UNI ISO 45001:2018 permette all’organizzazione di migliorare l’efficacia del proprio sistema di gestione per la sicurezza, nell’ottica di ridurre i rischi per i lavoratori e, contestualmente, garantire un migliore rispetto delle norme applicabili.

Lo standard introduce l’importante novità, prevista dall’implementazione dell’High Level Structure, dell’analisi del contesto e dell’analisi dei rischi e delle opportunità. Quest’ultimo tema, inserito in un argomento in cui si parla già di rischi, potrebbe creare confusione, quindi è necessario acquisire una conoscenza profonda dei principi della norma e comprendere quale differenza ci sia tra i rischi per i lavoratori e i rischi per l’organizzazione.

Grazie alla nuova organizzazione dello standard, l’integrazione con gli altri sistemi di gestione è stata enormemente semplificata in quanto lo schema dei punti è assolutamente sovrapponibile a quello degli altri standard.

Dopo essere stata rifiutata in fase di approvazione, la norma è stata arricchita molto riguardo il tema della consultazione e partecipazione dei lavoratori che diventa un pilastro fondamentale dello standard. In diversi punti infatti, ritroviamo un richiamo a questi elementi.

Autore: Fabio Rosito

I controlli periodici sui carrelli elevatori: la linea guida ISPESL

Quali sono i controlli da effettuare sui carrelli elevatori? Questa è una domanda che ci sentiamo porre spesso anche a causa di una normativa che non va a specificare nel dettaglio gli interventi da eseguire.

L’articolo 71 comma 4 lettera b, prevede che, per le attrezzature di lavoro che richiedono un controllo periodico, siano curati la tenuta e l’aggiornamento del registro dei controlli stessi. Il comma 8 specifica quali controlli vanno previsti:

  1. Controlli sull’installazione qualora la sicurezza dipenda dalle condizioni con cui questa viene effettuata;
  2. Controlli sulle attrezzature soggette a influssi che possono provocare deterioramenti. Per questa tipologia di attrezzature, sono previsti sia controlli periodici che straordinari in caso di eventi eccezionali.

Sicuramente, tra le attrezzature che subiscono influssi che possono provocare rischi per la sicurezza, vi sono tutte le attrezzature di trasporto dei carichi, tra cui i carrelli elevatori. Una linea guida ISPESL ci indica quali controlli effettuare sui carrelli elevatori.

La linea guida richiama le norme tecniche per i controlli sui carrelli elevatori, che riportiamo nelle versioni ora in vigore:

 

Chi può fare i controlli?

La linea guida indica che i controlli da effettuare sui carrelli elevatori possono essere eseguiti “tecnici esperti” per determinare eventuali definizioni e da “ingegnere esperto” per stabilire le misure da adottare:

tecnico esperto”: persona che, per sua istruzione di base e per sua esperienza, ha sufficienti conoscenze nel campo degli apparecchi di sollevamento ed ha sufficiente familiarità con i relativi regolamenti per determinare le deviazioni delle condizioni appropriate.

ingegnere esperto”: ingegnere pratico in progettazione, costruzione o manutenzione degli apparecchi di sollevamento, con conoscenza sufficiente delle relative norme e regolamenti, in possesso dell’attrezzatura necessaria per effettuare la verifica e può giudicare la condizione di sicurezza dell’apparecchio di sollevamento e decide quali misure devono essere adottate per assicurare un ulteriore funzionamento sicuro.

Al punto 13 della linea guida vengono indicate le modalità corrette per la preparazione del mezzo prima di effettuare i controlli. In allegato alla linea guida, una serie di modelli per registrare i controlli.

La linea guida è composta da punti, ognuno dei quali prevede l’analisi di specifici componenti dei carrelli elevatori e le misure di controllo da attuare:

4 Dispositivi di sollevamento:

4.1 Forche a sezione piena, chiavistelli e fermi (si rimanda alla UNI ISO 5057:2000 che richiama anche la periodicità che deve essere non superiore a 12 mesi);

4.2 Forche di tipo ricoprente;

4.3 Catene;

4.4 Gruppi di sollevamento;

 

7 Motore, trasmissione e freni

7.1 Motore termico e relativi impianti;

  • 7.1.1 Carelli con motore a combustione interna a gasolio;
  • 7.1.2 Carrelli con motore a combustione interna a GPL;
  • 7.1.3 Accesso al motore;

7.2 Ponte motore e assale sterzanti

7.3 Freni (si rimanda alla lettura dettagliata della UNI ISO 6292:2020 n.d.a.);

  • 7.3.1 Freno di servizio, efficienza di frenatura;
  • 7.3.2 Freni di stazionamento, efficienza di frenatura;
  • 7.3.3 Sistema di frenatura mediante timone;

7.4 Ruote e gommatura;

 

8 Posto di guida e comandi

8.1 Sedile;

8.2 Sistema di trattenimento operatore;

8.3 Coperchio e vano batteria;

8.4 Protezione conducente;

8.5 Sistemi e dispositivi di comando per la traslazione;

8.6 Impianto di sterzatura;

8.6.1 Tipi di meccanismo;

8.6.2 Tipi di azionamento;

 

9 Impianto elettrico

9.1 Batteria di trazione;

  • 9.1.1 Stato della batteria;
  • 9.1.2 Trattenimento batteria;
  • 9.1.3 Dati batteria;

9.2 Resistenza d’isolamento;

9.3 Dispositivo “uomo presente” solo per i carrelli elettrici;

9.4 Spegnimento d’emergenza;

9.5 Sistema di sicurezza per controllo della marcia;

9.6 Cablaggio elettrico e fusibili;

9.7 Avvisatore acustico;

 

10 Sistema idraulico

10.1 Trafilamenti e danni;

10.2 Valvole di sicurezza;

 

11 Telaio

11.1 Punti di attacco;

11.2 Cofani

 

12 Varie

12.1 Targhette;

12.2 Manuali;

12.3 Accessori.

 

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INL: chiarimenti sulla definizione di lavoratore notturno

L’INL con la nota 1050 del 26/11/2020, fornisce ulteriori indicazioni circa la definizione di lavoratore notturno, dando anche qualche esempio pratico.

La nota ricorda che la definizione di periodo notturno (D.Lgs. 66/2003 art. 1 comma 2) è:
“periodo di almeno sette ore consecutive comprendenti l’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino”.
Questo periodo, quindi, potrebbe essere:
dalle 22,00 alle 5,00
dalle 23,00 alle 6,00
dalle 24,00 alle 7,00
Lavoratore notturno è definito come colui che svolge, all’interno del periodo notturno, almeno 3 ore del suo tempo di lavoro per almeno 80 giorni all’anno.
Ad esempio, un lavoratore che comincia alle 4,00 del mattino, rientrerà nel periodo notturno 24,00-7,00 e, se lavorerà con quel turno per almeno 80 giorni all’anno, sarà da considerarsi lavoratore notturno.
La nota riporta anche la previsione che il CCNL applicato potrebbe fornire alcune indicazioni diverse e, in quel caso, troveranno applicazione quelle.

Il committente deve fornire copia del proprio DVR agli appaltatori?

Quesito: il committente è tenuto a fornire copia del proprio DVR alle imprese appaltatrici?

Risposta:

l’articolo 26 comma 1 lettera b prevede che il committente “fornisce agli stessi soggetti [appaltatori] dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti nell’ambiente in cui sono destinati ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza in relazione alla propria attività“. Ne consegue, che il committente non è tenuto a fornire copia del proprio Documento di Valutazione dei rischi ma deve trasmettere le informazioni riguardanti i rischi dell’ambiente di lavoro legati alla specifica attività svolte e le misure e procedure per la gestione delle emergenze.
Tale attività può svolgersi in uno di questi modi:
1) predisposizione di un documento riportante le informazioni per le aziende esterne tra cui i rischi degli ambienti di lavoro e le misure per la gestione delle emergenze;
2) riunione di coordinamento durante la quale le parti trasferiscono alle altre le informazioni inerenti i rischi interferenziali, tra i quali, rientrano anche i rischi dell’ambiente di lavoro, come previsto dalla Determina 3/2008;
3) DUVRI: considerando i rischi ambientali come rischi interferenziali.
 
Il committente può anche ritenere utile fornire copia del Piano di emergenza o specifico estratto destinato agli appaltatori.
Diversamente, almeno per gli appalti di carattere edile, rientranti nel Titolo IV, il committente è tenuto a chiedere copia del Documento di Valutazione dei Rischi dell’appaltatore nella fase di verifica dell’idoneità tecnico professionale.